Dalle frittelle razziste all’orgoglio del lavoro, la comunità dei lettori si ritrova in Gazzetta

Settima cerimonia per un’iniziativa che restituisce gli umori di un anno. Commossa testimonianza di Lidia Gallico sopravvissuta alla Shoah 

MANTOVA. C’è qualcosa di ostinatamente romantico e civile nel gesto di scrivere una lettera a un quotidiano di carta. Un tratto quasi antistorico nell’era dell’istantaneità digitale, senza elaborazione né filtri, e perciò necessario. Perché più e meglio dei pugni e dei graffi nell’arena dei social, dove ogni commento diventa subito brusio, sono queste lettere a raccontare di un sentimento collettivo che cerca ancora il confronto, nel perimetro di una rubrica che è piazza e casa. Così anche le lettere scelte e premiate dal direttore della Gazzetta di Mantova, Paolo Boldrini, per la settima edizione di una cerimonia che nel corso degli anni è diventata una festa del pensiero che resiste. Con garbo e leggerezza, con il conforto di ritrovarsi ogni volta in famiglia.

Giancarlo Malacarne premiato da Ledo Stefanini


La difesa del lavoro, e dell’identità che la fatica ti cuce addosso. Il ricordo appassionato di una donna straordinaria, Maria Ruggenini, che l’amica Maria Zuccati declina nell’affresco di un’epoca. L’onda dell’indignazione che, come scarica di ritorno, travolge la spacconata razzista di chi vorrebbe negare le frittelle ai bambini stranieri.

Da sinistra il direttore della Gazzetta di Mantova, Paolo Boldrini, il giornalista Igor Cipollina, Alessandro Sbarbada e Alberto Grandi

Lo stupore per un piccolo, grande gesto di cortesia che si traduce in un elogio della gentilezza in questi tempi maleducati (a firma di Maurizio Gobbetto). Lo sconcerto per una “mostra horror” che ha sporcato la storia di Palazzo Ducale (così per Giancarlo Malacarne l’esposizione di Hermann Nitsch). La missione di chi è deciso a spezzare il nesso indotto tra alcol e divertimento, sostituendo gli abbracci ai brindisi, come Alessandro Sbarbada.

Da sinistra Alberto Grandi, la figlia del premiato Maurizio Gobbetto e Franco Bruno della Cna


Messe in fila, o mescolate tra loro, le sette lettere (una per ogni giorno della settimana) compongono un racconto popolare che, in filigrana, ripropone i temi universali del vivere in comunità. E ci dice che siamo migliori di come spesso ci disegnano e autorappresentiamo. Ce lo dicono i ragazzi di San Benedetto Po, ancora studenti di terza media quando scrissero alla Gazzetta, in febbraio, per opporre il valore della Costituzione all’“azione disumana” del consigliere comunale Luca De Marchi, il “campione” delle frittelle gratis solo per i bambini italiani.

Da sinistra il viceprefetto Angelo Araldi, la professoressa Maura Zacchè con quattro studentesse di San Benedetto Po

E ce lo dice anche Lidia Gallico, sopravvissuta alla Shoah, turbatissima da questo episodio di straordinaria discriminazione che l’ha ripiombata tra le ombre del passato. E poi c’è la lezione delle dipendenti Corneliani che, attraverso le parole di Gabriella Zucchelli, ci ricordano come il lavoro sia anche, e soprattutto, questione di premura e orgoglio.

Il bacio tra la giornalista Monica Viviani e Gabriella Zucchelli, lavoratrice Corneliani


Il premio? Una copia del saggio “Parla mentre mangi” (Mondadori) di Alberto Grandi, prof dell’Università di Parma e consigliere comunale. Si tratta del secondo capitolo di una trilogia che, avviata con “Denominazione di origine inventata”, si concluderà in primavera con “Qui una volta era tutta carbonara” (il titolo è provvisorio). Trilogia saporita che si diverte a smontare la retorica tricolore costruita attorno al cibo e alla tavola. Sicuri che in cucina siamo i migliori del mondo?

Lidia Gallico con il libro di Alberto Grandi

Da sinistra la giornalista Maria Antonietta Filippini, Maria Zuccati e Alberto Grandi

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