La Brexit fa tremare l’agroalimentare: «A rischio l’export dei prodotti Dop»

Le organizzazioni agricole mantovane preoccupate per il dopo 2020. E la Coldiretti punta il dito contro le etichette a semaforo

MANTOVA. La Brexit ormai certa e vicina fa tremare l’agricoltura, che fornisce la materia prima per esportazioni milionarie. Boris Johnson, trionfante, è stato chiaro sui tempi: fuori entro il prossimo 31 gennaio. Che ne sarà, dopo il periodo transitorio, delle relazioni commerciali con Bruxelles, e quindi con l’Italia? Le associazioni agricole danno voce alla preoccupazione delle aziende: sono tante quelle che, in via più o meno diretta, fanno affari oltremanica.

«Il Regno Unito nel 2018 è stato il quinto mercato d’esportazione per il settore agroalimentare mantovano - ricorda Confagricoltura - con un valore totale di circa 35 milioni di euro (dati Camera di Commercio). I prodotti maggiormente esportati sono quelli lattiero - caseari, soprattutto Grana Padano e Parmigiano Reggiano, le carni lavorate, i prodotti da forno e i vini. Ed è in crescita anche l’ortofrutta. Tanto che la provincia di Mantova, da sola, rappresenta quasi il 2%% del totale dell’export agroalimentare nazionale verso il Regno Unito, che supera i 3 miliardi di euro».

Uno dei rischi del divorzio con Londra riguarda eventuali dazi: nel caso di formaggi e di vini si era arrivati a ipotizzare una percentuale superiore al 30%, che farebbe lievitare il prezzo a tal punto da scoraggiare anche gli acquirenti più golosi. E i timori sono che non ci sia abbastanza tempo per un negoziato rigoroso.

«L’accordo di recesso siglato qualche mese fa tra Bruxelles e Londra - spiega il presidente di Confagricoltura, Alberto Cortesi - prevede, dopo il formale recesso, un periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020, nel quale il Regno Unito continuerà ad applicare le regole Ue, e nel frattempo avvierà un negoziato sulle future relazioni commerciali, che scatteranno dal 2021. Ma il periodo indicato per il negoziato è troppo breve, e Johnson ha dichiarato di non essere disponibile a proroghe».

«L'ultimo accordo sembrava positivo per la tutela dei nostri prodotti - aggiunge il presidente di Cia Est Lombardia, Luigi Panarelli - ma la preoccupazione resta, anche perché non possiamo sapere con esattezza cosa accadrà dopo le elezioni. Credo che sul tema esportazioni ad essere più a rischio siano proprio le nostre Dop. E tutto questo accade in un momento di crisi e instabilità della nostra politica. Con la vicenda quote latte, in passato, l'agroalimentare italiano è stato svenduto per salvare altri settori. Ci auguriamo che non accada qualcosa di simile».

Coldiretti, per voce del suo presidente Paolo Carra, solleva un altro problema: «Ci preoccupa anche l’etichetta a semaforo, pericolosa per un’errata interpretazione nutrizionale di prodotti di qualità, da Grana Padano e Parmigiano Reggiano ai prosciutti di Parma e San Daniele. Un meccanismo che boccerebbe circa l’85% delle Dop italiane. Rimane, poi, incerta la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica, che, senza protezione europea, potrebbero subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da Paesi extracomunitari».

Non è tutto. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, se ne va il secondo contributore netto dopo la Germania: nel 2017, per esempio, ha ricevuto 6,3 miliardi di euro di fondi Ue e ne ha versati nelle casse comuni 10,6 (fonte: www.europarl.europa.eu). La perdita sarà compensata aumentando il contributo degli altri Stati oppure diminuendo il valore del bilancio comunitario. E la tagliola potrebbe riguardare, in futuro, anche la Pac e i finanziamenti al settore primario.

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