Allevatori mantovani contro: «Latte straniero? Una fake news che ci danneggia»

L’orgoglio di quattro produttori di Grana e Parmigiano. Oltre a regole e controlli ci sono le leggi della chimica

MANTOVA. Il latte che arriva da più lontano è quello di una stalla a una quarantina di chilometri da qui. È già Cremona, appena oltre il confine. Le altre aziende sono nella campagna tra Rodigo e i paesi vicini. Quando gli si chiede del latte straniero, Giacomo Bergamin, presidente del caseificio sociale La Motta di Rodigo, numero identificativo MN 425, e suo figlio Gianni, sorridono.

«Abbiamo otto soci, alcuni da più di trent’anni, e raccogliamo il latte solo da loro – racconta Gianni – in poche ore viene portato in latteria. Usiamo cisterne coibentate, non refrigerate. Lavoriamo dai 600 ai 620 quintali al giorno, per produrre circa 36mila forme di Grana Padano l’anno. Non possiamo comprare latte dall’estero. E poi, perché dovremmo farlo?».

Oltre che vietatissimo, usare latte straniero per Grana Padano e Parmigiano Reggiano, è anche complicato. Per la corsa a ostacoli fatta di regole e controlli cui si sottopongono i produttori dei formaggi più copiato (il Parmigiano) e più consumato (il Grana) al mondo. E per motivi tecnici, che hanno a che fare soprattutto con la temperatura dell’oro bianco. «Escludo l’utilizzo di latte straniero – dice il direttore del consorzio Grana Padano Stefano Berni – la lunghezza e la temperatura di trasporto modificano la struttura e la composizione del latte in modo irreversibile. In più le analisi isotopiche evidenziano con chiarezza la provenienza del latte».

Se poi un caseificio riuscisse a sfidare le leggi della chimica e a dribblare i controlli, rischierebbe grosso: la frode in commercio è un reato. Anche il sistema del Parmigiano ha i suoi anticorpi: «Le regole funzionano da deterrenti – aggiunge il direttore Riccardo Deserti – ad esempio i caseifici inseriti nel piano di controllo rinunciano a introdurre latte che non sia di allevamento certificato. Solo 2.700 stalle possono mandare latte ai caseifici».

Poi ci sono i controlli: «Tra questi, i test sugli isotopi, una sorta di impronta digitale dei terreni: se il latte arrivasse, ad esempio, dalla Germania, lo scopriremmo. Finora mai riscontrati problemi, salvo alcuni casi nei grattugiati, in cui erano miscelati formaggi diversi. Sono stati scoperti e sanzionati». Parlare di latte straniero è un affronto per chi conferisce il latte. In provincia sono 980 le aziende che, con 118mila vacche, forniscono materia prima a un comparto da 320 milioni di euro (dati Confagricoltura). La Spinosa di Porto Mantovano, della famiglia Lugli, è tra queste.

«A turno vengono screditati tutti i settori dell’agroalimentare e succede perché in Italia non esiste una contro-informazione adeguata fatta da istituzioni pubbliche come il ministero» tuona Manuel Lugli, presidente della sezione lattiero-casearia di Confagricoltura. L’azienda dei Lugli munge mediamente 700 vacche e l’anno scorso ha consegnato 8mila tonnellate di latte alla Latteria Sociale Mantova. «Non avrebbe senso importare latte estero – conferma Lugli – questa notizia falsa crea confusione tra i consumatori».

Dovrebbe, invece, contribuire a confortarli l’enorme mole di verifiche: «L’Ats vigila sull’utilizzo dei farmaci, la presenza di malattie e il rispetto delle regole per il benessere animale. Poi ci sono le analisi del caseificio (ad esempio sulla presenza di antibiotici, che impedirebbe la caseificazione, ndr) e i registri dell’anagrafe bovina».

Stesso rigore, nonostante il disciplinare diverso (la differenza principale riguarda l’alimentazione, senza insilati nel Parmigiano) oltre il Po. A Pegognaga, Cesare e Nicola Valenza mandano avanti l’azienda Sacca, che conferisce 80/85 quintali di latte al giorno al Gonfo di Villa Saviola.

«Ogni settimana – racconta Cesare – la cooperativa fa i suoi controlli nelle aziende. Tutti gli animali, prima di essere avviati alla mungitura per la prima volta, devono essere testati dalla latteria. Poi ci sono i controlli dell’Ats». E quelli del consorzio: «Li fanno a campione, su ogni lotto di formaggio» precisa Nicola, consigliere del Gonfo, 250mila quintali di latte lavorato, 27 soci e un casaro che ha ereditato il mestiere dal babbo e dal nonno. Quando ancora non si parlava di fake news.

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