Non dimenticare i Levi: da tutta Italia e Israele a Mantova per posare gli inciampi

Piccola folla in via Principe Amedeo con l’artista Demnig. Le pietre incastonate nel marciapiede davanti a casa 

MANTOVA. L’inciampo non è fisico ma del pensiero, per ricordare chi è morto assassinato nei campi di sterminio. Le pietre, ognuna un cubo di 10 centimetri di lato con la parte superiore di bronzo lucente, stanno tutt’e quattro nello spazio di una piastrella 25x25 nel marciapiedi davanti alla casa al numero 42 di via Principe Amedeo. Lì abitava la famiglia Levi.

Visibili, calpestabili: ogni sampietrino con sopra inciso un nome. Elide, Enea Samuele, Silvana, Luisa. I genitori e le loro due figlie, nessuno è tornato da Auschwitz. A posarle – cerimonia semplice, le pietre, la calce, l’acqua, una cazzuola, un martello con la testa di gomma per essere lieve, una spugna – è stato col sole l’artista berlinese Günter Demnig che dal 1993 fa questo lavoro: mettere giù le pietre d’inciampo. Con i nomi non solo di ebrei, ma di tutti quelli che non sono tornati a casa. Sono tornati i loro nomi, scritti sulle pietre.


In Europa, in 24 paesi, 71mila sono già tornati dove abitavano. Il lavoro non è concluso, continua e continuerà finché ci sarà un nome da fare tornare dove viveva. In via Principe Amedeo eravamo in tanti. Di Mantova e venuti da Roma, Milano, Verona, Parma, Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa. Tra noi i discendenti di Franco Levi, l’unico della famiglia a salvarsi trovando rifugio in Svizzera. Brevi i discorsi del presidente della Comunità ebraica Emanuele Colorni, del sindaco Palazzi, di Donatella Levi, Silvana Levi Dayaghi, Lionello Levi, della presidente dell’Imsc Daniela Ferrari.

All’Università in piazza d’Arco, a parlare delle pietre d’inciampo sono stati Colorni, Ferrari, il presidente del consiglio comunale Massimo Allegretti, Carlo Togliani per l’Università, Maria Bacchi e Fernanda Goffetti curatrici del libro “Storia di Luisa. Una bambina ebrea di Mantova”, edito nel 2011. Entrando nel portone al n. 42 di via Principe Amedeo, subito a sinistra sul muro una lapide ricorda Luisa: morì a Bergen-Belsen nel febbraio 1945, aveva 15 anni. Ora la ricorda anche una pietra, quando dal portone si esce, accanto alla mamma, al papà e alla sorella.

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