E la vecchia messa in latino? Non solo per nostalgici: il confronto resta aperto

Una parrocchia della diocesi di Cremona opta per il rito tridentino: via l’altare rivolto ai fedeli, il sacerdote rivolge loro le spalle 

MANTOVA. Messa tridentina in latino o messa in italiano post Concilio Ecumenico Vaticano secondo? Sembrava un discorso caro a pochi fedeli nostalgici che il tempo avrebbe risolto a favore della messa introdotta nel 1970. Invece se ne continua a parlare. In diocesi di Cremona, pur con tanta cautela, il vescovo Antonio Napolioni l'ha ripristinata, pur quasi sotto controllo, dietro l'insistenza decennale di fedeli (il coetus fidelium) che erano ricorsi a Roma.

A Soncino, sempre diocesi di Cremona, il parroco ha fatto togliere in una chiesa locale l'altare verso il popolo. A Bozzolo ne parlano in quattro pagine dell'ultimo numero della rivista parrocchiale "Famiglia di Dio in Bozzolo" Luigi Casalini e don Gianni Cavagnoli. Luigi Casalini, dirigente, profondo studioso di storia della chiesa (e non solo), appartenente a un’antica famiglia patrizia bozzolese, titola il suo intervento "Il paradiso in terra: la messa Romana antica e lo splendore della liturgia". Già dal titolo si capisce il suo intervento aperto dalle parole di Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo».


Casalini è entusiasta della messa tridentina che frequenta. Ricorda che, pur con qualche variante, risale al sesto secolo e dopo i divieti è stata liberalizzata per tutti da Benedetto XVI e che pure papa Francesco non ha osteggiato. Si sofferma sullo splendore della liturgia in cui il sacerdote guarda l'altare per condurre il popolo a Dio. Parla del latino, spiega il senso dello stare in ginocchio, la comunione in bocca, il valore del silenzio.

Per don Giovanni Cavagnoli, laureato in liturgia, della sezione pastorale Liturgica della diocesi di Cremona, insegnante in seminario già vicario di Pomponesco, titola il suo intervento "La comprensione della liturgia nel Vaticano secondo".

Cavagnoli non tocca il discorso dell'altare rivolto ai fedeli inteso solitamente (per molti a sproposito) come un aspetto distintivo della messa post Vaticano II. Dice piuttosto che «la liturgia non è una serie di riti esteriori, messi in atto in forma pomposa per propiziarsi Dio o lodarlo, quasi avesse bisogno di noi, ma un aprirci al dono della sua salvezza, cioè al nostro coinvolgimento nella storia, che la parola e l'Eucarestia, in particolare, attuano ogni volta». Insomma, l'uso della lingua corrente è per capire meglio il senso della messa.

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