Emergenza smog, polveri sottili ancora sopra i limiti: paura per la salute

L’epidemiologo dell’Ats spiega i meccanismi d’azione: «Con l’inquinamento ci si ammala fino al 15% in più» 

MANTOVA. Come un singhiozzo tossico. Dopo i due giorni di tregua, che hanno disinnescato lo stop ai diesel Euro 4 e sbloccato i termostati, la concentrazione di polveri sottili è tornata a salire oltre la soglia limite di 50 microgrammi per metro cubo. Così il 10 gennaio, quando la media dei valori misurati dalle cinque centraline Arpa di riferimento si è fermata a 63,5, e così anche l'11, quando la febbre è aumentata a 69. Mentre il bollettino meteo inquinanti di Arpa Lombardia, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, prevede condizioni favorevoli o neutre all’accumulo di inquinanti almeno fino al 15 gennaio.

Tradotto per il nostro spicchio di pianura, tanta nebbia e niente pioggia a lavare l’aria. Morale, è probabile che nella giornata di controllo del 16, Arpa giri nuovamente l’interruttore per ripristinare le misure temporanee di primo livello contenute nell’Accordo sulla qualità dell’aria. Ancora singhiozzo.


Intanto, accelerano le preoccupazioni per la salute di chi vive e respira nel catino della pianura padana, tra le regioni più avvelenate d’Europa, in balìa dei capricci del meteo e dei vizi dell’uomo.

La consapevolezza che di smog si muore cominciò ad affacciarsi già negli anni ’30, quando i primi studi si concentrarono sull’apparato respiratorio e su quello cardiocircolatorio. Gli studi più recenti hanno aggiunto l’effetto dose-risposta – ricorda Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Ats Val Padana – la prova del nove della capacità dell’inquinamento di provocare danni alla salute. In pratica, si è riusciti a correlare l’aumento della concentrazione di polveri sottili con l’incremento di mortalità e morbosità (la probabilità di ammalarsi).

Secondo gli ultimi studi, a ogni incremento di polveri sottili pari a 10 microgrammi per metro cubo, «è dimostrato che scatta un valore percentuale in più per alcune patologie, compreso tra il 5 e il 15%, quali quelle a carico di apparato cardiocircolatorio e respiratorio, compreso il tumore del polmone, nonché il diabete e i disturbi cognitivi» informa il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico. Tra i soggetti più fragili, si confermano i bambini e gli anziani.

L’aspetto inquietante è che questi effetti non compaiono soltanto sopra le soglie di legge fissate dalla normativa comunitaria: non è che fino a 50 microgrammi per metro cubo si possa stare sereni e ci si debba iniziare a preoccupare dai 60 in su.

«Si tratta di effetti “senza soglia” – spiega Ricci – nel senso che compaiono progressivamente già subito sopra lo zero, risultando ben apprezzabili a 10 microgrammi per metro cubo per le Pm2,5 e a 20 per le Pm10. Su questi studi epidemiologici più analitici si basano infatti le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’European respiratory society».

Se la correlazione tra aria avvelenata e apparato respiratorio è intuitiva, quella con l’apparato cardiocircolatorio è più complessa. Due i meccanismi d’azione. Il primo, indiretto, dipende dai metalli pesanti che le polveri sottili traghettano dentro l’organismo: qui i contaminanti aggrediscono il polmone ed entrano in circolo, dirigendosi verso il cuore per alterarne il ritmo. Nei casi più estremi, fino all’infarto.

«Il secondo meccanismo dipende invece dalla capacità delle stesse polveri sottili di attivare i mediatori dell’infiammazione, in grado di danneggiare il rivestimento interno dei vasi sanguigni (l’endotelio) con conseguenti fenomeni trombo-embolici che, ostruendo le coronarie, provocano l’infarto attraverso una via parallela alla prima». Il cuore è comunque sotto assedio.


 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi