Tumori e cellulari, l’esperto conferma: «Nessuna forzatura, il nesso è dimostrato»

Il responsabile dell’Osservatorio Ats commenta la sentenza di Torino: «Come stare sicuri? Sempre meglio usare l’auricolare o il viva voce» 

MANTOVA. Ha provocato più di un brivido lungo la schiena di chi vive col cellulare all’orecchio – e sono tanti – la recente sentenza della Corte d’Appello di Torino, che ha riconosciuto un nesso di causalità tra l’abuso del telefonino e il neurinoma del nervo acustico sviluppato da un dipendente di Telecom. Tumore benigno, il neurinoma, ma invalidante. Apriti cielo: la sentenza ha sollevato un polverone, che ha diviso gli esperti e moltiplicato le paure. Dove sta la verità? Risponde Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Ats Val Padana.

I giudici hanno operato una forzatura, oppure un nesso di causalità tra abuso del cellulare e tumore è dimostrato?


«Assolutamente no, la Corte d’Appello di Torino, per altro formata da tre donne, non ha fatto alcuna forzatura. Nessun conflitto tra Scienza e Diritto, anzi grande alleanza, com’è giusto che sia. Bisogna ricordare, però, che siamo in ambito civile e non penale, dove nel primo, in termini di evidenza del nesso di causa, vale il principio “più probabile che non”, mentre nel secondo è richiesta la “ragionevole certezza”. Questo significa che, laddove sono in gioco sostanze che la letteratura scientifica considera “possibili cancerogeni”, il processo civile si pone più a favore della vittima che dell’imputato. Ricordo ancora che non si tratta certo dell’unica sentenza. La prima è della Corte d’Appello di Brescia nel 2009, confermata in Cassazione nel 2012. Diverse altre ne sono seguite».

A che punto è la ricerca scientifica?

«La Corte di Torino ha chiesto ai periti di fare il punto sullo stato delle conoscenze scientifiche in materia. La monografia della Iarc (Agenzia internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità che studia e classifica le cause del cancro, ndr) nel 2011 ha stabilito che le radiofrequenze dei telefoni cellulari sono “possibilmente cancerogene per l’uomo”. Questo vuol dire che, a fronte di alcune evidenze di cancerogenicità negli animali da esperimento, ma non abbastanza convincenti nell’uomo, permangono importanti dubbi. Questa la partenza confermata poi nella successiva monografia Iarc del 2013».

Cosa si è aggiunto di nuovo negli ultimi anni?

«Intanto un approfondimento del gruppo di lavoro Interphone, il progetto internazionale di ricerca che consiste in una serie di studi realizzati sull’argomento in 132 Paesi del mondo. Dall’analisi dei dati, è emerso che, mentre non si evidenzia rischio di sviluppare il tumore cerebrale denominato “neurinoma del nervo acustico” per basse esposizioni, tipo una conversazione a settimana, il rischio di ammalarsi di questo tumore quasi quadruplica per durate di un’ora al giorno per quattro anni o dosi cumulative equipollenti, pari a due ore al giorno per due anni o mezz’ora al giorno per otto anni. Inoltre, e questo è molto importante, il tumore si manifesta dallo stesso lato del capo su cui poggia il telefono».

Risulta che i periti abbiano esaminato diversi studi successivi alla monografia Iarc del 2013.

«È così, di cui uno condotto dall’Istituto Ramazzini di Bologna e un altro dal National Toxicology Program degli Usa. Emerge che i tumori insorti nei roditori esposti a radiofrequenze – biologicamente più simili all’uomo rispetto ad altre specie – mostrano lo stesso tipo istologico di neurinomi del nervo acustico che colpiscono gli uomini. Ma forse l’operazione più importante dei periti, è stata quella di aver distinto gli studi indipendenti da quelli che si sono avvalsi invece di finanziamenti dell’industria. Giustamente la Corte ha deciso di conferire maggior peso ai primi e meno valore, non nessuno, ai secondi, che per altro erano sempre citati dalla controparte».

A proposito, quanto sono viziati questi studi dal conflitto d’interessi ?

«Tantissimo. È proprio per questa ragione, che il rumore di fondo dell’incertezza prodotta artatamente da studi commissionati anche ad hoc, si è reso responsabile di un ritardo normativo di quasi mezzo secolo verso il fumo di tabacco e l’utilizzo dell’amianto. In verità, negli ultimi anni la comunità scientifica si è resa più trasparente e il conflitto d’interessi emerge molto più facilmente del passato, anche se purtroppo non risparmia le istituzioni nazionali e internazionali più prestigiose che magari redigono proprio rapporti sull’argomento. Un esempio a tema, quello occorso proprio dal presidente del gruppo di lavoro della Iarc incaricato di valutare il rischio cancerogeno della telefonia mobile, il professor Alexander Ahlbom, subito destituito a causa dei suoi rapporti professionali con l’industria dei telefoni. Insomma, gli anticorpi ci sono e questi processi ne favoriscono la crescita. Attenzione però a non cadere nel rischio opposto della banalizzazione della complessità per screditare a priori tutte le istituzioni scientifiche, perché gli effetti sarebbero ben più devastanti».

Nessuna forzatura, quindi

«No. Molto probabilmente la valutazione della Corte di Torino, con l’aiuto dei suoi periti, è la medesima di quella che ha espresso nell’aprile del 2019 l’Advisory group della Iarc, cioè un team di supervisori composto da 29 ricercatori da 19 Paesi del mondo, che hanno riesaminato la letteratura scientifica più aggiornata. I supervisori hanno raccomandato una rivalutazione con “high priority”, urgente, della cancerogenicità per l’uomo da parte delle radiofrequernze».

Il caso di Torino riguarda un’esposizione datata, quanto la tecnologia odierna è più sicura rispetto a quella dei primi cellulari?

«La differenza in termini d’intensità di esposizione è calata di 100 volte nei confronto con i primi cellulari degli anno ’90. Vero è però che la frequenza delle conversazioni è aumentata a dismisura».

Cosa si sa del 5G che tanto spaventa?

«Pochissimo. Si tratta delle reti di ultima generazione che utilizzano frequenze molto più alte delle attuali di cui non sono però noti gli effetti biologici. Equipararli a quelli noti sarebbe un errore perché non si mostrano uguali alle diverse frequenze. Ma anche negarli a priori è sbagliato. Purtroppo, mentre per le sostanze chimiche è prevista normativamente la dimostrazione della loro relativa non pericolosità da parte del produttore prima della messa in commercio, lo stesso non vale per queste entità fisiche. E ciò costituisce una indubbia contraddizione».

Ricci, in coda offra qualche consiglio per un uso sicuro del cellulare

«Il vantaggio è che le radiofrequenze si abbattono con la quarta potenza della distanza dalla fonte. Basta quindi una ventina di centimetri di distanza dalla testa perché l’esposizione pressoché si annulli. Anche non appoggiare il telefono alla testa è già qualcosa, seppur non sufficiente. Sempre meglio l’auricolare o il viva voce, se non si disturbano i vicini, e i luoghi aperti. Ma sono soprattutto i bambini a dover essere protetti, proprio per il principio generale che gli organi in accrescimento sono sempre più esposti al danno indotto da contaminanti di qualsiasi natura. Evitiamo almeno che li tengano sotto il cuscino mentre dormono». 

 

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