L'avvocato mantovano in Cina: «Chiusi uffici e scuole, Shanghai deserta»

Il racconto di Nicola Aporti che vive in Cina da 14 anni: «Allarme giustificato, ma il Coronavirus è solo un’influenza»

MANTOVA. Racconta di una Shanghai deserta, svuotata prima dal Capodanno cinese, che è un po’ come il nostro Ferragosto, e sigillata adesso in casa dal Coronavirus: vietato andare in ufficio almeno fino al 10 febbraio e scuole chiuse per tutto il mese. Attraverso le sue parole pare quasi di vederla, la metropoli addormentata, sospesa in un clima surreale. A Shanghai ormai da 14 anni, Nicola Aporti lo racconta dalla casa dei suoceri, in Giappone, da dove nel weekend volerà con destinazione Italia, via Mosca. Torna per affidare i figli di due e sei anni ai nonni mantovani: con le scuole chiuse occorre industriarsi. Così il coronavirus offre una sorta di lente attraverso cui leggere la Cina e, di rimando, come in un gioco di specchi, il mondo intero, preda di una psicosi che esaspera il terrore del contagio e la paura dell’altro.

«Da quando è esplosa l’emergenza non faccio altro che leggere notizie online e tenermi in contatto con amici e colleghi rimasti in Cina – riferisce Aporti, 42 anni, mantovano di città, socio di un grosso studio legale che si occupa di acquisizioni societarie, industrie alimentari e diritto commerciale – certo, un virus dal ceppo ignoto causa inquietudine e trovo giustificate le misure di isolamento, ma di fatto stiamo parlando di un’influenza atipica che può sfociare in polmonite. Un’influenza che nel 97% dei casi guarisce». Messa giù così, sembra proprio un’altra storia.


«Sì, mi sono reso conto che in Europa arrivano solo le notizie dei morti e dei contagiati – conferma Aporti – in Cina l’aggiornamento è quotidiano e completo, dà conto anche dei guariti e degli osservati». Vero, con la Sars il governo ha fatto di peggio, insabbiando la cosa per mesi, ma anche con il nuovo Coronavirus l’allarme non è stato proprio tempestivo. «Sono state bruciate due settimane, però il presidente cinese ha ammesso gli errori e parlato di lezione da imparare nella gestione dell’emergenza – ricorda Aporti – in ogni caso, dal lancio dell’allarme la reazione è stata rapidissima. In quattro e quattr’otto il governo cinese ha chiuso la città di Wuhan, metropoli industriale da undici milioni abitanti».

Se un aspetto positivo c’è, in questa vicenda che ha messo il Dragone di fronte all’evidenza della sua vulnerabilità, è che «l’emergenza sta cementando lo spirito di corpo dei cinesi. In questo momento si sentono parte di una battaglia da vincere». Intanto in Italia c’è chi propone di isolare gli alunni di ritorno dalla Cina, vietandone l’ingresso in classe per il periodo d’incubazione (quattordici giorni). Così i presidenti leghisti di Lombardia, Veneto, Friuli e della provincia autonoma di Trento. «Cosa ne penso? Ci può stare, alla luce dell’emergenza globale dichiarata dall’Organizzazione mondiale della Sanità – risponde Aporti – sì, mi sembra una misura corretta. Altra cosa è il razzismo, ma un onesto timore è giustificato».

Quattordici anni sono tanti, un larga stagione di vita: com’è cambiata la Cina in questo periodo? «È cambiata tanto e io insieme a lei. Ci sono arrivato che ero ancora ventenne, pieno di avventure nella mente, e Shanghai era una città da pionieri. Adesso è una metropoli paragonabile a New York e Londra per prezzi e opportunità. In questi quattordici anni il Paese ha preso a correre come un pazzo e sono certo che riprenderà a farlo, una volta che si sarà lasciato l’emergenza alle spalle». 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi