Prima le proteste, poi l’incubo coronavirus: «Ora a Hong Kong ci si sente abbandonati»

La mantovana Sofia Perboni: «Cominciano a scarseggiare le mascherine che qui indossano anche col raffreddore» 

MANTOVASfinita da mesi di proteste e tensioni, con il fiato della Cina sempre più acre e vicino, l’ex colonia britannica deve adesso fronteggiare la minaccia del coronavirus. Come una sequenza di morsi dopo una gragnola di pugni. Hong Kong vacilla, l’economia cigola e l’umore è cupo.

A riferire del clima che si respira in questa regione amministrativa speciale, restituita alla Cina nel 1997, è la mantovana Sofia Perboni, che da sei anni a Hong Kong ci vive e lavora, nel team comunicazione di uno studio di interior design.


Laureata in lingue orientali all’università Ca’ Foscari di Venezia, racconta Sofia di «una metropoli fantastica» che negli ultimi mesi ha smarrito se stessa, gli hongkonghini sono frastornati e lei con loro. Prima la legge sulle estradizioni in Cina, che minacciava di soffocare il dissenso e il pensiero democratico, adesso, dopo il primo morto, la quarantena per chi arriva dal continente.

«Questa condizione di malcontento generale si trascina ormai dallo scorso giugno – ricostruisce Sofia, 33 anni – le persone non si sentono rappresentate dal governo, sono emotivamente turbate e l’economia è in stallo, cosa inedita per una realtà dinamica e fluida come quella di Hong Kong. Nel corso dei mesi le manifestazioni pacifiche si sono caricate di tensione ed è un caso che non ci sia scappato il morto. La situazione ha rallentato settori come il turismo e il commercio, molte persone hanno perso il lavoro oppure hanno subìto un dimezzamento. Ecco, questa è la “prefazione”».

Insomma, ci mancava solo il coronavirus. «Gli hongkonghini stanno rivivendo l’incubo della Sars e si sentono abbandonate – continua la sua cronaca Sofia Perboni – anche perché cominciano a scarseggiare le mascherine protettive e i prodotti detergenti specifici, come i gel disinfettanti per le mani, e questa cosa è inconcepibile per loro». Per una comunità dove l’uso della mascherina è consuetudine anche nel caso di un banale raffreddore, come forma di rispetto per l’altro. Figurarsi con l’incubo del coronavirus.

Se Hong Kong vacilla, l’Europa trema e in Italia, il paese degli eccessi, si moltiplicano gli episodi di razzismo. «Episodi ingiustificabili – concorda Sofia Perboni – altra cosa è la paura. Questo virus si è originato in Cina e credo sia umano provare timore di fronte a una persona asiatica che tossisce, almeno come prima reazione. Però i nostri timori non dovrebbero mai prendere il sopravvento sul raziocinio. Non dobbiamo lasciarci travolgere dalle emozioni. La parola razzismo non ha più ragione di esistere nel vocabolario di un mondo così globalizzato come il nostro». E invece. —

 

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