Quarant’anni d’inferno sulla Mantova-Milano. I pendolari storici: «Esperienza orribile»

La prof della Cattolica, l’architetto sempre in ritardo, le studentesse: tra treni sporchi, orari sballati e un generale senso di abbandono  

MANTOVA. Quando ha iniziato la sua vita da pendolare, i treni andavano a gasolio. Altro che linea elettrificata. «Eppure le posso dire che in quarant’anni non è cambiato un bel niente, l’esperienza sulla Mantova-Milano è sempre orribile» sbotta Beatrice Nicolini, professoressa mantovana che insegna all’Università Cattolica.

Ciò che non va


La decana dei pendolari stila un lungo elenco di ciò che non va. E non si tratta soltanto di orari sballati, corse cancellate e altri disagi che trovano spazio quasi quotidianamente sulle pagine del nostro giornale. «Guardi – attacca la Nicolini – partiamo dall’inizio: l’ascensore della stazione. Una schifezza, quando funziona. Lei ha provato a portare una valigia, le sembra comodo farlo?». In effetti nella giornata di ieri (vedi altro articolo in pagina) no, non abbiamo provato. Disattenzione del cronista, 1-0 per la prof.

NON SOLO RITARDI

La lista dei disastri prosegue: «Passi il wi-fi che non c’è, ma le sembra normale che il cellulare non abbia campo per lunghi tratti del viaggio? Tra l’altro la maggior parte delle prese elettriche per ricaricare gli smartphone sono rotte o non funzionano perché qualcuno ha riempito i buchi con delle gomme da masticare. Se offri un servizio scadente, è più probabile che gli utenti si lascino andare a comportamenti da maleducati». Man mano che la decana dei pendolari snocciola i guai della Milano-Mantova, ci si rende conto che gli stessi disservizi che il viaggiatore occasionale può notare appena, rappresentano una condanna quotidiana per chi ogni giorno fa andata e ritorno dal capoluogo lombardo.

Senso di abbandono

«Di cose da dire ce ne sarebbero mille – continua la prof – ma sono due gli aspetti che più di tutti rendono l’esperienza da pendolare terribile. In primo luogo è impossibile prendere un appuntamento ed essere certi di arrivare per tempo: lei oggi (ieri, ndr) è arrivato in due ore ma non è mica la regola, anzi. Gli studenti che tornano a Mantova – racconta la docente – nel fine settimana sono costretti a partire la domenica sera per essere sicuri di non dover saltare la prima lezione del lunedì. C’è poi un discorso più generale: si pagano 11 euro e passa per un’esperienza orribile, su quei treni sporchi e spesso malfunzionanti ci si sente abbandonati, ad esempio quando ci si ritrova fermi in qualche paese di campagna e nessuno ti dice perché né quando si ripartirà».

Ingegno da architetto

Ernesto Morselli è un architetto che spesso deve raggiungere Milano per lavoro. «In 10 anni di su e giù non sa quante ne ho viste – racconta amareggiato – Ormai a Milano sanno che chi arriva da Mantova è sempre a rischio ritardo, visto che molto spesso i treni del mattino accumulano una mezz’oretta buona. Per non parlare poi del tristemente celebre binario 23, l’ultimo degli ultimi, su cui arriviamo, che è lontanissimo dall’uscita della stazione centrale: pensi che per risparmiare qualche minuto ho preso l’abitudine di scendere a Rogoredo per poi prendere la metro: faccio prima».

Sicurezza assente

C’è poi la questione sicurezza. «Al mattino si è letteralmente abbandonati a se stessi – dice Morselli – fino a un anno fa almeno passava di tanto in tanto una guardia giurata a dare un’occhiata. Se le prende il treno adesso alle 5 del mattino è in balia del destino, bisogna sperare di non incontrare la persona sbagliata come vicino di posto».

Donne preoccupate

Anche due studentesse mantovane ieri mattina ci hanno confermato i timori di Morselli: «Non è il massimo ritrovarsi da sole quando ancora è buio e in giro puoi trovare chiunque: in caso di necessità a chi dovremmo rivolgerci visto e considerato che spesso non si vede nemmeno il controllore?»
 

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