Lotta al bracconaggio sul Po, l’unione tra Paesi fa la forza

Al convegno alla Fiera di Gonzaga illustrati i risultati della maxi-operazione partita dalla Romania. Così il pesce preso dai fiumi italiani (anche inquinati) arriva ai mercati dell’Est 

GONZAGA. È ormai un appuntamento radicato la conferenza che, nel contesto dell’esposizione Carpitaly in corso alla Fiera di Gonzaga, tratta l’annoso e variegato fenomeno del bracconaggio ittico. Un tavolo di confronto, organizzato da Fipsas e intitolato quest’anno “Bracconaggio 2. 0: la mafia del pesce”, a cui siedono istituzioni, forze dell’ordine, associazioni e società di settore. Un tavolo internazionale: perché la pesca di frodo in acque interne, che ha riguardato anche la nostra provincia, è fenomeno tentacolare, che scavalca i confini e, partendo dal nostro Paese, coinvolge anche Francia e Spagna, oltre che Romania ed Ungheria dove il pesce catturato viene commercializzato in spregio a qualsiasi norma sanitaria.

Proprio dalla Romania era presente una delegazione composta da magistrati e poliziotti che, d’intesa con le polizie degli altri Paesi, hanno condotto nel 2019 una maxi-operazione che ha inflitto un duro colpo a tali organizzazioni criminose. Come esposto dal commissario capo della sezione anti-bracconaggio della polizia romena Marian Sora, “Bracconieri senza frontiere” è scattata in seguito ad alcune segnalazioni e ha individuato proprio in Italia (principalmente nelle province di Rovigo, Padova, Ferrara e Varese) l’origine di un traffico articolato. I bracconieri operano soprattutto lungo il Po ed i suoi affluenti, pescando (anche in aree inquinate) grandi quantitativi di pesce con metodi altamente dannosi per l’ambiente.

Il pesce, stoccato in garage o scantinati senza alcuna norma elementare di conservazione, veniva poi trasportato su semplici furgoni. Dopodiché, giunto nei Paesi dell’Est, era immesso nei mercati locali. I metodi per smerciarlo erano numerosi: all’atto della pesca venivano utilizzati appositi timbri rilasciati a chi pratica pesca professionale. Timbri che, però, non sono più legali dal momento che il pesce viene trasportato. Allo stesso modo potevano essere falsificati documenti rilasciati da società autorizzate o acquistate partite di pesce regolare a cui mischiare quelle risultato del bracconaggio.

Lo scorso 14 maggio il culmine dell’operazione: 169 perquisizioni in tutti i Paesi coinvolti, il fermo di 40 persone, il sequestro di sei tonnellate di pesce, di documentazione falsa e di attrezzature per la pesca. Il maggiore dei carabinieri Cites Stefano Testa ha completato l’esposizione, descrivendo la struttura gerarchica di queste cellule criminali, composte da una sessantina di persone e in grado, a fronte di investimenti irrisori, di generare un guadagno annuo stimato in 4, 6 milioni. Un fenomeno cui sono già stati inferti duri colpi, ma che bisogna continuare a sorvegliare e combattere, contando sull’opera e la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti. 

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