Coronavirus e commercio, l’appello ai colleghi: «A Mantova chiudiamo tutti per quindici giorni»

Tavolini apparecchiati e vuoti in piazza Erbe

MANTOVA. «Ma se chiudessimo tutti per 15 giorni, indipendentemente da ordinanze, se ne facessimo oltre che una questione di regole una questione morale, se si adottasse un sacrificio economico sociale e psicologico drastico e collettivo, probabilmente lo stesso rilancio economico e sociale avverrebbe prima. Ora questa non sarebbe una scelta di senno?».

Il sasso nello stagno via social lo lancia Massimiliano Caltagirone, gestore di uno dei locali più noti del centro. Locale, chiuso da oggi, che non vuole che sia citato perché «non è il momento dell’io ma della responsabilità collettiva». Un sasso per smuovere le acque stagnanti, e le coscienze, del mondo del commercio cittadino messo a durissima prova, come ogni altro ambito, dall’allarme globale del coronavirus. Un appello che suscita reazioni, che fa riflettere.

C’è chi approva in toto e conferma di aver già seguito la strada, chi ha forti dubbi, chi aspetta un segnale dalle istituzioni. «Non ho la certezza che quello che penso sia giusto – argomenta Caltagirone – Ho sentito molti parlare di spese, pagamenti, affitti. Sono preoccupazioni normali, che capisco, ma qui c’è un aspetto morale e civile nei confronti della collettività. Penso ai ragazzi giovani, vedono i locali aperti e non capiscono perché sarebbe meglio non uscire. Noi commercianti muoviamoci con unità d’intenti, le istituzioni in futuro dovranno tenerne conto. Chiaro che ora la politica sia concentrata sull’emergenza».

Il settore della ristorazione è soprattutto convivialità. Un lunedì freddo e grigio non aiuta di certo, ma non è solo il clima meteorologico a incidere. «Non ci sono le condizioni per tenere aperta un’attività – sostiene Caltagirone – Chiudere non è solo un modo per evitare di sperperare energie e risorse a livello economico, ma la scelta più corretta. Non c’è il clima giusto, non c’è il contesto naturale per un’attività che si fonda sullo stare insieme. Chiudere, stringere la cinghia, seguire le indicazioni delle istituzioni. E magari, in un tempo più breve, la situazione potrebbe risolversi. In questi giorni di chiusura tutti noi potremmo pensare al dopo, concentrarci sul futuro, riprogrammare la volontà di di uscire e divertirsi».

Ora è il tempo dell’unità. «Non più io, ma noi. Non si possono porre in questo momento ragioni risarcitorie o di aiuti. Non perché non siano valide, ma perché fuori luogo. Solo insieme daremo un segnale forte. Deve prevalere la morale collettiva del non contagio. Spero che la mia non resti una visione utopica. A me sembra solo una questione di senno. Facciamolo tutti insieme». 

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