La normativa ignora i centri per disabili

Ai gestori la Regione lascia la responsabilità di decidere sulla chiusura. Il coordinamento chiede un incontro al prefetto

MANTOVA. I disabili rischiano, come ancora spesso accade, di essere i più penalizzati, nel limbo delle norme fissate dal decreto sull’emergenza coronavirus. Disposizioni non chiare, la Regione che passa la palla, e i gestori dei centri diurni e residenziali che si ritrovano con il cerino in mano e responsabilità enormi a cui far fronte: quelle sulla vita dei più deboli.

A differenza di quanto accade in Veneto e in Emilia Romagna, dove le Regioni hanno decretato la chiusura dei centri diurni, per i rischi correlati all’emergenza sanitaria, dal Pirellone non è arrivata alcuna direttiva specifica per garantire la salute degli ospiti e delle loro famiglie, tutti soggetti estremamente fragili. Lo dice chiaro Fausto Ferriani, direttore generale della Quercia di Roverbella e portavoce del coordinamento provinciale di tutti i 14 enti che gestiscono i servizi diurni e residenziali per i ragazzi: «Viene tutto demandato a noi. Siamo noi che dobbiamo prenderci la responsabilità di decidere se tenere aperto o chiudere».

La bilancia pende per la chiusura, in considerazione del fatto che i disabili sono spesso anche tra le persone più immunodepresse per svariate ragioni, e talvolta non sono nemmeno in grado di mettere in pratica le norme igieniche da tutti invocate.

Qualcuno, come la Casa del Sole, ha deciso di chiudere sia per i minorenni, che per gli adulti; altri hanno fatto una scelta provvisoria di sospensione per il 9 e 10 marzo in attesa delle direttive dall’alto. «Vorremmo che le istituzioni prendessero una decisione, perché spetta a loro - continua Ferriani, che a nome del coordinamento ha già chiesto un incontro urgente al prefetto - Per i servizi socio-sanitari è l’Ats che deve decidere, quindi chiediamo una risposta alla Regione, che finora non c’è stata. Cioè, ci dicono che sul servizio diurno per disabili gravi e gravissimi devono essere gli enti gestori a fare le valutazioni per organizzare internamente il servizio in coerenza con la normativa per la zona arancione. Drammaticamente demandano tutto a noi».

E bisogna arrovellarsi su due fronti: quello dei dipendenti, «se è il datore di lavoro a decidere di chiudere non possono accedere agli ammortizzatori sociali»,e soprattutto il dramma dei ragazzi: «Oltre al fatto che è difficile far rispettare le misure per la prevenzione e la distanza con gli operatori, i ragazzi arrivano con trasporti organizzati dai Comuni, dall’Auser o dai centri anziani. Anche se continuassero a funzionare, come si fa a garantire la distanza su un pulmino?».

Per i Cse, cioè i centri socio-educativi e i servizi di formazione autonoma, che non prevedono la frequenza di disabili gravi e gravissimi, invece la Regione passa la palla ai Comuni, «e per questo vogliamo chiamare in causa il Prefetto». Più semplice, ammette, garantire la sicurezza e il rispetto della normativa per i centri residenziali, «questi sono simili alle residenze per gli anziani, ma di dimensioni molto più ridotte, quindi c’è più controllo sia sugli ospiti che sui familiari». Per questa emergenza è sceso in campo il gruppo consiliare di Sinistra Italiana che ha chiesto al sindaco Palazzi di emanare un’ordinanza che sospenda le attività quotidiane dei centri diurni e favorisca, dove possibile, l’organizzazione di interventi domiciliari sostitutivi.
 

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