In corsia con i nervi a pezzi: «Abbiamo letti in tripla fila»

Gli operatori nei reparti Covid: «Scene incredibili, di notte non dormiamo più». «Mancano i monitor e troviamo i pazienti morti da ore. Servono soldi, donate»

MANTOVA. «Abbiamo negli occhi scene terribili, mai viste. E alla sera tardi quando andiamo a casa non riusciamo più a dormire».

Non ce la fanno quasi più medici e infermieri del Carlo Poma: dopo quasi un mese di emergenza e di turni di lavoro massacranti hanno deciso di uscire allo scoperto nonostante la Regione abbia imposto da settimane il diktat del silenzio nei confronti della stampa.


«Ma come si fa a restare zitti quando la gente continua ad ammassarsi nelle strade – commenta un infermiere a stretto contato con i pazienti Covid-19 –. Come facciamo a far capire che la situazione è terribilmente grave e che se non ci date una mano non ne usciamo più».

Il grido dall’allarme arriva anche dai primari: «Sono molto stanco – confessa uno di loro – ma non posso mollare, devo proteggere i miei pazienti e il personale del mio reparto. Le forze iniziano a diminuire dopo tanti giorni trascorsi ininterrottamente in reparto, ma quando dimetto qualche paziente guarito, soprattutto quelli giovani, ritrovo nuova energia e si va avanti tra mille difficoltà».

«Arrivo a casa tardissimo alla sera – interviene un altro dirigente sanitario – e non ho nemmeno voglia di mangiare, stiamo facendo un lavoro disumano e straordinario. Abbiamo in cura schiere di pazienti, anche in doppia e tripla fila. Il nostro ospedale è praticamente ribaltato, irriconoscibile. Ma non molliamo, non possiamo mollare un secondo». Un infermiere racconta che ormai i reparti non hanno più posti letto e perché i pazienti continuano ad arrivare ad ogni ora e non essendoci un flusso in uscita, o molto basso, in molti restano al pronto soccorso in attesa del ricovero».

«Certe giornate – incalza un altro medico di un reparto Covid-19 – abbiamo lavorato anche per venti ore filate. Abbiamo ammalati ovunque, chi vive fuori non può capire a che punto è arrivata l’emergenza».

Pazienti giovani a anziani arrivano a getto in ogni momento della giornata. «Mantovani o forestieri, in prevalenza cremonesi e bresciani, non ha più importanza. E tanti giovani e noi non ce la facciamo più ad aiutare tutti» dice sconsolato un medico.

Allora, qual è la via d’uscita?

«Mancano monitor e personale e quindi bisogna puntare di più sulle donazioni – spiega un altro primario del Poma –. Lo standard delle cure è fondamentale. Bene aprire nuovi posti letto, ma non bisogna abbassare gli standard assistenziali come purtroppo rischia di accadere se andiamo avanti così. E faccio un esempio sconcertante: gli infermieri sono pochi e se un reparto non ne ha sufficienza e ha molti posti letto succede che se un paziente peggiora rapidamente lo trovano morto dopo ore perché non c’è nemmeno la possibilità di fare entrare in reparto i famigliari. Ripeto molti letti non sono monitorati e quindi occorre comperare nuovi apparecchi. Ma per questo servono soldi, ecco perché invito tutti a donare ancora e sempre di più. Solo in questo modo riusciremo a vedere la luce. Altrimenti…».


 

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