I campanari e quel canto che a sera scioglie le paure

Alle 19 in punto l’appuntamento che tutti gli abitanti del paese aspettano. L’invito di Busca raccolto dalla famiglia che da oltre un secolo suona per il paese

CASTELBELFORTE. Le luci dei flash mob sui balconi si sono spente. Niente più canzoni alla finestra. L’Italia, distante ma vicina, si è fatta silenziosa: il fiato sospeso a osservare la curva della pandemia. E in questo silenzio ogni sera, alle 19 in punto, suonano a distesa le campane di Castelbelforte. Suoneranno fino alla fine dell’emergenza, mosse da Massimo e Stefano Righetti, cugini cinquantenni, ultima generazione di una famiglia che da oltre cento anni regala campanari al paese. E questa è la storia nella storia, distillato di tradizione, dimensione pubblica e privata, orgoglio e spirito servizio.

«Abbiamo accolto l’invito del vescovo di far suonare tutte le sere le campane delle nostre chiese». La raccontano con semplicità, Massimo e Stefano. Ma la realtà è sempre più complessa di ciò che appare. Le campane di Castelbelforte non sono automatizzate: per farle muovere c’è bisogno di braccia. Fino a gennaio erano state quelle di Giuliano, il padre di Massimo, campanaro e sacrestano. Scomparso lui e pochi giorni dopo Gino, amico e collaboratore, le campane erano rimaste quasi mute. Fino a quando Massimo ha attraversato la strada e bussato alla porta del parroco: «Lo faccio io». Qualche sera dopo si è unito anche Stefano. «Siamo due rami della stessa pianta».


Così, sera dopo sera, al termine di giornate anche di lavoro, i due cugini accendono le luci del campanile e si caricano sulle spalle le speranze del paese. Che sui social attende e ringrazia: «È un canto di speranza, rimasto uguale nel tempo e nella memoria, che abbraccia e riunisce». E al suono delle campane, gli abitanti di “Castei” si ritrovano ancora comunità, nonostante tutto, il distanziamento sociale e l’angoscia per la pandemia.

Le vicende private che intrecciano la grande storia, si diceva. Perché se è vero che quelle di Castelbelforte certamente non sono le uniche campane mosse da braccia anziché da un meccanismo, unica invece è la storia dei suoi campanari. «Cominciò più di cento anni fa il nostro bisnonno, Erminio. Da allora il servizio di campanaro si è tramandato in famiglia di figlio in figlio». Ruolo vitale nei paesi di inizio Novecento quando ogni avvenimento, ogni nascita, morte, giorno di festa o di lutto, veniva annunciato dal suono delle campane. Facevano gli “scarpolini” (i calzolai) e i campanari, i Righetti. Poi la società è cambiata, il lavoro pure, ma le chiavi del campanile sono sempre rimaste a loro. «In questo momento, così difficile per tutti, abbiamo pensato di suonare tutte le sere perché crediamo che ci ha preceduto ci stia guidando. Non saremo mai bravi come loro, ma ci proviamo».

Per la fine dell’emergenza, Massimo e Stefano promettono campane a festa, tutte e sei, compresa «la campana grande». E gente in piazza, sotto il campanile. 
 

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