Mantova, la sfida della spesa tra divieti e linee rosse

Tra le corsie di Ipercoop e Conad per raccontare dell’unica abitudine che resiste. Nei carrelli alcol, farina e uova

MANTOVA. E l’unico legame con la nostra vita prima del virus, ciò che resta delle abitudini rovesciate: la spesa al supermercato. Vero, il naso fuori di casa lo si dovrebbe mettere solo per necessità indifferibili, ma le corsie del supermercato disegnano l’unico spazio residuo di socialità, e spesso ci si aggrappa al carrello mossi da un bisogno altro rispetto alla fame. Pure adesso che il clima s’è fatto più cupo e nessuno può dirsi immune dalla paura. Anche quella di rimanere senza cibo. Il bisogno d’incrociare altri esseri umani si somma quindi alla pulsione all’acquisto da sopravvivenza. La Gazzetta l’ha verificato sul campo e in due scale differenti: quella dell’iper (La Favorita) e l’altra del supermercato di quartiere (la Conad del Gradaro).

Il giovedì di pioggia (26 marzo) rende meno sgradevole l’isolamento domestico, forse è anche per questo che il parcheggio dell’Ipercoop è semivuoto. Di assembramenti neanche l’ombra: superata la vertigine della galleria commerciale fantasma, si è subito proiettati nelle corsie allestite per la Pasqua. Uova di cioccolato a volontà. Prima annotazione: tutti i clienti hanno guanti e mascherina, e alla cosa ci si è ormai abituati. Seconda annotazione: i clienti si dividono in due grosse famiglie, quella degli spavaldi e l’altra degli allarmati. I primi ti si fanno sotto in spregio al pericolo, quasi ti cercano. Gli altri si bloccano a metri di distanza, e ti guardano torvi. Mentre gli altoparlanti continuano a ripetere che nelle corsie si può stare al massimo in tre.

L’occhio cade fatalmente nel carrello del vicino/lontano: cosa si compra in tempo di coronavirus? Acqua, candeggina, alcol, latte, farina, lievito, uova, conserve di pomodoro. Pizza e pane si fanno in casa. Inutile chiedere le mascherine in parafarmacia, però è stato riassortito il gel per le mani. Viva. Per terra è tutta una geometria di linee rosse da non valicare, pure in cassa, dove le dipendenti sono protette da uno scudo di plexiglas. Pare brutto chiedere i punti per le pentole, ma c’è una raccolta da completare e la cassiera sorride: è un sintomo di normalità. L’uscita è dal lato opposto – lato Brico – per non far incrociare i flussi dei clienti.



Alla Conad il copione è più o meno lo stesso, con qualche differenza: per guadagnare l’ingresso occorre fare un po’ di fila e si è accolti da un dipendente in mascherina che invita a indossare i guanti, di quelli che si usano nel reparto ortofrutta. Anche se quasi tutti hanno le mani già schermate. Dentro s’incontrano qualche coppia di anziani – vaglielo a dire che non si potrebbe – i soliti temerari che quasi ti sfiorano, e quelli che ti puntano da metri di distanza con aria da duello. In cassa niente scudo di plexiglas. Ma basta lo sguardo, sopra la mascherina, a imporre la distanza.

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