«Viviamo nella precarietà: l’antidoto è nella scienza»

Parla Armando Savignano docente all’Università di Trieste ed esperto di bioetica: «Sacrificare la privacy? La salute viene prima»

MANTOVA. Questo virus colpirà non solo i nostri corpi, ma avrà conseguenze anche per la nostra coscienza. Armando Savignano, docente all’Università di Trieste ed esperto di bioetica, mantovano residente a Borgo Virgilio, risponde ai quesiti più caldi. «Il momento che stiamo vivendo genera angoscia e ansia, che in genere sono indeterminate, a differenza della paura che si riferisce a qualcosa di determinato e che, una volta conosciuto, la debella. La paura si vince conoscendo ciò che si teme. Perciò è utile aver paura per cercare di conoscerne le cause e approntare i rimedi adeguati. Nel caso del coronavirus, la paura può essere debellata, in quanto si conosce il virus; la sua sequenza è stata già scoperta, nonostante si ignorino ancora alcuni effetti che possono generare ansia».

Anche se ce lo siamo un po’ dimenticati, la vita non è esente da paure e da rischi. «La tecnologia ha da sempre cercato di renderci la vita più comoda e sicura. Ciò nonostante, oggi siamo in un mondo dove la precarietà e la fragilità sembrano essere la cifra dell’esistenza».


La conoscenza e la scienza - non le opinioni e le fake news - generano certezze e ci liberano dalla paura? «Spesso si è operato un ostracismo contro la scienza. La scienza, nella società della conoscenza, pur con tutti i suoi limiti, è fondamentale per cercare di farci vivere meno insicuri con più certezza, anche se, infine, l’uomo rimane un disadattato e un inadattabile in questo mondo che cerca di modellare e trasformare grazie alla tecnica per una migliore qualità della vita. Quando, sconfitto il virus, vedremo la luce in fondo al tunnel, la nostra vita e i rapporti con gli altri cambieranno».

Al momento il virus solleva delicati e decisivi interrogativi etici. «Tra questi interrogativi morali, occorre anzitutto riferirsi al diritto alla vita e alla sua salvaguardia».

Non è compito ineludibile dello Stato proprio quello di garantire il diritto alla vita? «A tal proposito va ribadito che la deontologia medica implica l’imperativo di curare sempre e guarire a volte. Gli anziani, i disabili, cioè le persone più deboli, rischiano ancora una volta di essere discriminate. Occorre, ovviamente, fornire la migliore cura e assistenza a tutti; ma in situazioni di urgenza in cui mancano medici, gli ospedali sono saturi, le macchine non sono sufficienti, occorre fare delle scelte imposte dalla necessità. Se avessimo tutte queste risorse il problema non si porrebbe. Il dilemma morale sorge proprio quando mancano quelle risorse, come in questo momento tragico».

Ognuno di noi cosa può fare? «Fare emergere il valore della solidarietà. Di qui l’appello alla responsabilità sia individuale che collettiva».

Per contrastare la diffusione del virus occorre sacrificare il diritto alla privacy? «È un dilemma. Ma la salute pubblica è un bene superiore». —

 

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