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Coronavirus, la Cgil di Mantova: "Fabbriche chiuse? Un falso"

Nel Mantovano quasi mille deroghe al blocca-aziende e ora via libera alle spedizioni con l'ultimo decreto. Il segretario Cgil Soffiati: fase 2 già iniziata. Orezzi (Filctem): rischio effetto boomerang

MANTOVA. Quasi mille deroghe al blocca fabbriche e ora anche la possibilità per tutte le attività sospese di spedire e ricevere merce in magazzino nonché di impiegare personale per vigilanza, manutenzione, gestione dei pagamenti. L’ultimo decreto del presidente del consiglio datato 10 aprile apre nuovi scenari su una ripartenza (o mancata interruzione) in realtà già in atto in quasi la metà delle imprese lombarde.

A lanciare l’allarme è la Cgil: «Il governo ha autorizzato la riapertura dei magazzini nelle aziende fermate dal lockdown – dichiara il segretario generale Daniele Soffiati – Si tratta, a livello nazionale, del via libera a 400mila container. Nella logistica la fase 2 è dunque già cominciata, malgrado le preoccupazioni dei virologi. A ciò si aggiunga quanto abbiamo denunciato nelle ultime settimane: col meccanismo delle deroghe richieste alle prefetture, l’attività è proseguita per una quantità sempre crescente di aziende, oggi stimabile in 90-100mila a livello nazionale, quasi duemila nella nostra provincia. Sostanzialmente, dire che nel nostro Paese c’è stata, ed è tuttora in corso, la chiusura di tutte le attività non essenziali è una falsità».

L’ultimo aggiornamento sulle deroghe rilasciate dalla prefettura è di lunedì: sono 962 le industrie che possono continuare a produrre perché funzionali alla continuità delle filiere essenziali. Senza contare che, come ribadito nell’ultimo decreto, l’attività in attesa di responso è comunque «legittimamente esercitata sulla base della comunicazione resa» e che i codici Ateco “essenziali” ora sono 106 contro i 97 del Dpcm precedente.

«Bisogna prima di tutto smontare questa retorica della "fase 2" – denuncia il segretario della Filctem Cgil Michele Orezzi – manifattura a parte, e neppure tutta, le fabbriche mantovane non hanno mai smesso di produrre neanche nella fase 1. La domanda "quando riapriranno le industrie italiane?" è quindi sbagliata: parte dal presupposto che sia tutto chiuso, quando tutti i giorni due milioni di lombardi si muovono verso il proprio posto di lavoro, grazie alle praterie lasciate dalla sommatoria tra codici Ateco e le deroge su autocertificazione degli industriali alle Prefetture. L'ultimo tassello di ulteriore libertà è contenuto nel nuovo decreto: qualunque azienda potrà riaprire magazzini e reparti spedizioni, sia in entrata che in uscita, senza controllo. Ovviamente anche in questa fase la cosa più importante è garantire la salute e la sicurezza per ogni lavoratore, senza se e senza ma. Però ci chiediamo: pur condividendo le preoccupazione sulle possibili macerie che lascerà questa tremenda crisi, siamo sicuri che sia la corsa a "riaprire tutto, quanto prima e ad ogni costo" la panacea per un mondo del lavoro che dovrà fare i conti con l'epidemia per, forse, anni? O forse è meglio tener chiuso ora un po' di più e ripartire poi più avanti, in totale sicurezza, ma senza più interruzioni? Una nuova impennata dei contagi, un nuovo lungo stop, oltre che addossare la responsabilità di nuovi morti a chi non ha mai voluto chiudere, potrebbe essere un effetto boomerang devastante e irrecuperabile anche per l'industria mantovana».

Nel solo settore metalmeccanico si stima che tra deroghe e Ateco 3mila tute blu siano al lavoro: «Di fronte alla ripartenza – dichiara il segretario della Fiom Marco Massari – che stanno effettuando quasi tutte le aziende metalmeccaniche del mantovano ancora maggiore attenzione va rivolta al protocollo condiviso. Sono però dell'idea che non risponda in modo totale all'emergenza ed è per questo che è nostra intenzione andare nella direzione dettata dall'accordo quadro fatto in Fca che migliora di gran lunga il protocollo del 14 marzo». —
 

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