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Il plasma iperimmune spiegato bene: l'arma di Mantova per battere il coronavirus

Il primario di Pneumologia De Donno: «La nostra arma magica. Nessun morto tra i nostri pazienti selezionati e trattati con il plasma. Da ministero e Iss però nessun segnale, stanno alla finestra». Insieme a Pavia chiusa la prima parte della sperimentazione: presto i risultati

MANTOVA. Il popolo del web l’ha chiamata in tanti modi: cura miracolosa, terapia solidale o del popolo (ogni malato guarito, un altro guarito), unica arma pre-vaccino, cura democratica a basso costo. E giorno dopo giorno la notorietà del Carlo Poma, che insieme al San Matteo di Pavia sta sperimentando la plasma- terapia contro Covid-19, è cresciuta a livello internazionale.



La sperimentazione

La prima fase della terapia sperimentale con il plasma iperimmune, donato dai pazienti guariti e ricco di anticorpi ammazza virus, all’Asst di Mantova è terminata il 25 aprile. Era decollata a marzo. I dati sono stati raccolti e inviati al San Matteo di Pavia, ospedale capofila della sperimentazione, per essere analizzati e poi pubblicati. Nel frattempo al Carlo Poma continua la raccolta del plasma da pazienti guariti, con un ritmo di 6-7 prelievi al giorno. Nei giorni scorsi c’è stato un momento di apprensione quando in direzione sanitaria è arrivata la telefonata dei Nas che chiedevano informazioni sulla terapia.

È condotta congiuntamente dal Policlinico San Matteo di Pavia e dall’ospedale di Mantova e ha visto coinvolte varie strutture del Carlo Poma: Immunoematologia e Medicina Trasfusionale, diretta da Massimo Franchini; Pneumologia, diretta da Giuseppe De Donno; Medicina di Laboratorio, diretta da Beatrice Caruso; Malattie Infettive, diretta da Salvatore Casari. La stessa terapia è stata utilizzata anni fa anche contro Sars, Mers ed Ebola e in Cina per trattare il Covid. Entro pochi giorni (siamo a inizio maggio) dovrebbero essere forniti i risultati finali che saranno presentati e pubblicati al fine di proseguire con la fase successiva.

«L'orientamento del ministero sull'utilizzo del plasma - chiarisce il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri - è andare avanti ma sempre sulla base delle evidenze scientifiche, e a breve sono attesi primi risultati dalle sperimentazioni (inizio maggio, ndr). Bisognerà investire su questa ricerca e il Centro nazionale sangue Cns è già attivato». Inoltre, «vedo una prospettiva futura anche per i sieri iperimmuni, ma su questo entrerà in gioco anche l'Agenzia italiana del farmaco Aifa, perché non si tratta di donazioni di sangue ma di farmaci». Se i risultati delle sperimentazioni saranno cioè positivi, ha spiegato, «è evidente che si può pensare ad un uso più su larga scala mediante convenzioni con aziende che possano ottenere dei sieri, ovvero farmaci».

Come funziona

Da ogni prelievo di plasma da donatore guarito si ricavano due dosi da trasfondere. I potenziali donatori sono persone guarite, sottoposte a due tamponi a distanza di 24 ore l’uno dall’altro risultati entrambi negativi. Si esegue la procedura grazie ad apparecchiature e dispositivi donati ad Asst dalla ditta Kedrion. Il sangue viene raccolto con un prelievo venoso, il macchinario separa per centrifugazione il plasma dalla parte cellulare del sangue. E il plasma viene raccolto per essere lavorato o utilizzato. La parte cellulare viene reimmessa nel circolo del donatore. Ogni sacca di plasma, prima di esser trasfusa, viene virus-inattivata con una metodica particolare che rende massima la sicurezza del prodotto. A livello di costi stando a quanto dichiarato dal primario De Donno: «Una dose costa 82,5 euro».

Pazienti candidati al trattamento

Ecco i criteri di inclusione e di esclusione. Inclusione: soggetti maggiorenni, pazienti con positività, nuovo o peggioramento dei sintomi respiratori, opacità polmonari bilaterali, insufficienza respiratoria non pienamente spiegabile da insufficienza cardiaca, P/F (indice respiratorio) inferiore a 200, necessità di ventilazione meccanica. Esclusione: diagnosi di Ards (sindrome del distress respiratorio) moderata-grave da più di 10 giorni, pazienti con comprovata ipersensibilità o reazione allergica a emoderivati o immunoglobuline, manifesta volontà a non rientrare nel protocollo di ricerca. Finora a Mantova secondo le dichiarazioni di De Donno "sono stati trattati 58 pazienti, di cui 48 inseriti nel protocollo e 10 chiedendo al comitato etico, tutti guariti". Tra i 10 anche una donna incinta.


I protagonisti

Franchini e De Donno

Massimo Franchini, 53 anni, originario di Legnago, da nove anni è il primario della Immunoematologia e Trasfusionale del Carlo Poma. Laurea in Medicina e Chirugia nel 1991 e specializzazione in Ematologia nel 1995 all'università di Verona. Ha lavorato al servizio trasfusionale dell'azienda ospedaliero-universitaria di Verona dal 1997 al 2008. A Mantova è arrivato dopo una parentesi all'azienda ospedaliero-universitaria di Parma, dove ha ricoperto il ruolo di direttore del servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale fino al 2011. E’ considerato esperto coagulologo a livello internazionale.

L'ex parlamentare Marco Carra mentre dona il plasma, alle sue spalle De Donno (in giallo) e Franchini

Giuseppe De Donno, 52 anni, di Curtatone, diventa primario facente funzione delle Pneumologia del Carlo Poma nel settembre del 2018 e poi nel dicembre dello stesso anno vince il concorso e diventa primario effettivo. L’incarico di facente funzione, per lo specialista mantovano che lavora nello stesso reparto da molti anni, arriva il giorno dopo il pensionamento del suo primario Franco Ravenna. De Donno è conosciuto anche al di fuori degli ambienti ospedalieri per esser e stato in passato vice sindaco di Curtatone. Diploma al liceo classico, ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia all’università di Modena con 110 e lode. Dopo gli studi universitari ha completato la sua formazione attraverso diversi corsi di perfezionamento in fisiopatologia e allergologia respiratoria raggiungendo la specializzazione nel 1996. Dal 2010 al 2013 è stato responsabile della struttura semplice “Programma di assistenza domiciliare respiratoria ad alta intensità per pazienti dipendenti della ventilazione meccanica domiciliare”.

Dal 2001 al 2009 ha ottenuto anche l’incarico di alta professionalità per i disturbi respiratori nel sonno e nel 2013 è dirigente medico della struttura complessa di Pneumologia e Utir (unità intensiva respiratoria) dell’Asst Carlo Poma. Con la sperimentazione del plasma iperimmune ha ottenuto una visibilità mediatica nazionale e internazionale, anche grazie al suo modo di comunicare con l’esterno attraverso i social. Scherzosamente l’immagine di un suo profilo su Fb lo ritrae vestito da Ironman (il primario ha chiuso le sue pagine il 6 maggio). In questi giorni ha partecipato a innumerevoli trasmissioni televisive dopo la guarigione con il plasma della prima donna incita colpita da Covd-19 (tra queste anche Porta a Porta). «Siamo riusciti a Mantova, insieme con Pavia, a realizzare questa sperimentazione che è molto seria. Abbiamo cercato di trovare un'arma magica – spiega De Donno –che ci permettesse di salvare più persone possibili. Non abbiamo mai detto di aver creato qualcosa di nuovo, abbiamo perfezionato un'idea che già esisteva». Il nostro protocollo, sottolinea, «è ambiziosissimo. Tra Mantova e Pavia abbiamo trattato quasi 80 pazienti col plasma. Di tutti questi pazienti selezionati e con caratteristiche specifiche e che avevano problemi respiratori gravi ma non gravissimi, nessuno è deceduto, la mortalità del nostro protocollo finora è zero». Adesso però, «ogni volta dobbiamo chiedere l'autorizzazione al Comitato etico e questo - afferma - è un impedimento enorme perché ci fa perdere tempo prezioso per salvare le persone».

De Donno e Franchini

«Abbiamo sottoposto tutto alla comunità scientifica, siamo in attesa di pubblicazione. Però», precisa De Donno, «non possiamo alimentare false speranze. Mi spiego: se la malattia ha lavorato a lungo fino a compromettere la funzionalità degli organi non c'è plasma che tenga». «Il nostro è stato il primo studio al mondo e adesso in tanti stanno seguendo la stessa strada, sia in Italia sia all'estero. I protocolli di ricerca sul plasma iperimmune sono passati in poco tempo da 50 a 100 in tutto il mondo. Perché, in attesa del vaccino, è l'unica strada percorribile. Non c'è nessun intermediario e nessun interesse. E, soprattutto, è sicuro: non c'è nessun evento avverso e nessun effetto collaterale». «Abbiamo provato a contattare il ministero della Salute ma è stato inutile. Nessun segnale nemmeno dall'Istituto Superiore di Sanità. Per ora stanno alla finestra» rileva De Donno. Quanto ai donatori, «sono tanti, stiamo mettendo su una piccola banca del plasma per aiutare gli ospedali qui vicino e si stanno organizzando pullman da Emilia e Liguria. E poi credo anche che ci sarà una seconda sperimentazione». De Donno nel suo Comune (Curtatone) è stato attivo anche a livello politico, come vicesindaco per un mandato dal 2010 al 2015. Alle elezioni successive è stato eletto consigliere (di minoranza stavolta) con il maggior numero di preferenze di tutto il Comune.

Cesare Perotti è primario del servizio di Immunematologia e Trasfusionale dell’ospedale San Matteo ed è il principal investigator della sperimentazione alla quale ha subito aderito anche Mantova. A fine aprile erano già 250 i pazienti guariti dal coronavirus che si sono presentati al San Matteo per donare il plasma. Presto il professor Perotti sarà in grado di tracciare un bilancio della prima fase. Al protocollo predisposto dal San Matteo hanno aderito oltre a Mantova anche Lodi, Novara e l'Azienda ospedaliera universitaria di Padova.

I donatori

Più di 60 donatori a Mantova, alcuni dei quali arrivati anche da fuori provincia e da altre regioni italiane per offrire il prezioso emocomponente. Le tante donazioni di plasma hanno permesso di eseguire una cinquantina di infusioni a malati di Covid, con risultati che gli sperimentatori hanno più volte definito incoraggianti.

Ecco come si procede (fonte: Associazione nazionale biotecnologi italiani). Perché una persona possa donare il plasma è necessaria la certezza che il donatore abbia superato la malattia, per questo occorre una diagnosi di infezione da Covid-19 con test positivo utilizzando test validati. Prima della donazione viene effettuato uno screening: devono esserci assenza di sintomi da più di 14 giorni, un test negativo, assenza di altri rischi legati alla donazione. A quel punto si raccoglie un campione di sangue per le analisi. Due i test: molecolare per Sars-Cov-2 che deve essere negativo e test anticorpale che conferma la presenza di anticorpi al Covid-19 ed è ottimale se con titolo maggiore di 320. Viene così chiamato il donatore ed effettuato il prelievo solo se soddisfa tutti i criteri. Si effettuano test di routine per verificare la sicurezza del prodotto. Si identificano pazienti compatibili e si verifica l'assenza di effetti collaterali. Il paziente ricevente deve avere un quadro clinico di primo e secondo stadio, non gravissimo da rianimazione. Il suo P/F (semplificando molto un indice di respirazione, qui per chi vuole approfondire) deve essere uguale o inferiore a 200. In una persona sana è indicativamente 450 e sopra 350 è comunque normale. Quindi si procede.

I limiti

Il virologo di fama nazionale Roberto Burioni ha dichiarato che il plasma iperimmune è stato provato in passato anche su altre malattie. Burioni ha spiegato che l’uso del plasma dei guariti è una pratica studiata già a inizio ’900 e che non si sta parlando di una terapia valida per tutti come invece potrebbe pensare l’uomo della strada.

Non solo. Burioni ha ribadito che per verificare la validità della strategia adoperata dal team di De Donno, serviranno test approfonditi e studi che non si concludono in poche settimane. «E’ un approccio molto interessante – ha specificato – pur avendo dei notevoli limiti e l’orientamento è quello che ci potrebbe traghettare fino al vaccino. Al San Matteo di Pavia hanno avuto l’intuizione di andare a vedere quanti sono gli anticorpi che uccidono il virus e hanno scelto quelli con maggiore potenza». Il primario del laboratorio di virologia molecolare del San Matteo, Fausto Baldanti, ha precisato che a Pavia hanno selezionato i pazienti con il più alto numero di anticorpi neutralizzanti e si usiamo solo quelli. I risultati? «Attendiamo la fine dello studio, ma posso anticipare che sono incoraggianti».

"Nel Department of Pathology alla Emory University di Atlanta - spiega il professor Guido Silvestri - lo abbiamo usato con successo nel 2015 in pazienti con Ebola. Nel caso di Covid-19 il plasma convalescente è stato usato in vari studi effettuati durante la prima fase della pandemia in Cina e sul tema due miei vicedirettori, John Roback e Jeannette Guarner, hanno scritto un editoriale pubblicato sul prestigioso Jama il 27 marzo 2020. In America il trattamento è approvato dalla Fda nel marzo 2020, e a oggi sono stati praticati gratuitamente oltre 5,200 trattamenti con plasma donato da oltre 8 mila soggetti convalescenti. Come sempre in medicina è importante attendere il risultato di studi controllati prima di emettere giudizi definitivi in termini di efficacia di un trattamento terapeutico». Tra i vantaggi del trattamento, «oltre alla promettente efficacia, segnalo anche il costo basso e la grande sicurezza». Tuttavia «i limiti principali del trattamento sono la virtuale impossibilità di standardizzazione (vista la variabilità da donatore a donatore) e, durante la prima fase della pandemia, la scarsa disponibilità di donatori».