Dai collant alle mascherine anti-Covid, Gambetti: "Il Distretto della calza mantovano è vivo"

Intervista all'imprenditore di Guidizzolo sul futuro del settore dopo il lockdown: certificazioni impossibili, prezzi imposti e madri lavoratrici, i problemi irrisolti sono ancora molti

MANTOVA. Dalla capacità del Distretto della calza di reinventarsi in piena emergenza ai provvedimenti governativi presi sulla scorta di indicazioni di task force «dove non c’è neppure un imprenditore» passando per una ripartenza che non ha tenuto conto dei problemi delle mamme lavoratrici in un comparto dove la componente femminile è predominante. Intervista a 360 gradi su fase 2 e settore della calza con William Gambetti, ceo del gruppo di famiglia Duelegs Bbf con sede a Guidizzolo e vicepresidente di Confindustria Mantova.

La sua è tra le aziende che durante il lockdown ha dovuto chiudere riconvertendo parte della produzione in mascherine, come è andata?

«C’è da dire che non solo noi ma tutto il Distretto ha avuto la capacità di riconvertirsi a una velocità pazzesca non tanto pensando al guadagno ma perché la chiusura ci aveva spiazzati. Avevamo la tecnologia per farlo, servivano mascherine e ci siamo messi all’opera: l’elefante che sembrava ferito mortalmente si è riadattato. Il problema è che mancavano indicazioni su tipologia e materiali e che l’iter per le certificazioni è lunghissimo e complesso per poi scoprire che quelle in tessuto elastico come le nostre non possono essere certificate. Sono mascherine lavabili, traspiranti, in tessuto batteriostatico, antimicrobico e antigoccia e il Distretto è riuscito a produrne e venderne milioni. La realtà è che si tratta di normative già esistenti per dispositivi nati per altre esigenze, mentre bisognava partire dall’esigenza di oggi e da lì sviluppare un prodotto nuovo. È quello che noi abbiamo fatto e le nostre mascherine hanno una capacità filtrante sufficiente per quello che serve oggi, inoltre sono confortevoli, made in Italy e non creano problemi di smaltimento come quelle in Tnt. Infatti la Germania, una volta verificate le caratteristiche, ha comprato milioni di pezzi dal Distretto. Poi è arrivata anche la soglia dei 50 centesimi che ha creato confusione e stoppato ulteriormente le aziende che si erano riconvertite. Non era questa l’occasione per sfruttare il nostro made in Italy?».

Questa capacità del Distretto di reinventarsi così in fretta, fa ben sperare per la ripresa di un settore che già attraversava anni difficili?

«La risposta è nì. La capacità di riconversione è reale e concreta e sono convinto che il Distretto abbia ancora tante cartucce da sparare, ma al contempo sviluppiamo un’offerta enorme a cui servono grandi volumi di distribuzione e di vendita. Ho la presunzione però di sperare che la gente ricomincerà ad acquistare perché noi non abbiamo perso la nostra capacità produttiva e gli ordini al momento sono solo sospesi. Facendo sempre i conti con il fatto che il 2020 per noi è stato di 10 mesi».

Sono stati annunciati nuovi aiuti alle imprese, serviranno?

«Lo dico contro il mio interesse, ma i soldi a pioggia alle aziende non hanno senso. In questo momento bisogna ripartire dalle imprese virtuose: dobbiamo passare la palla a Ronaldo perché se lui fa gol vince tutta la squadra».

Da lunedì anche per voi è scattata la fase 2, secondo lei il blocco è servito?

«Con il senno di poi dico che qualcosa andava sicuramente fatto, ma ci sono stati errori di presunzione e c’è uno scollamento tra Roma e il resto del Paese. Il problema è sempre quello: all’interno delle task force che stanno supportando il governo in questa fase non c’è neppure un imprenditore. Le faccio un esempio: ora abbiamo riaperto ma gran parte dei nostri collaboratori sono donne che hanno chiesto il congedo parentale per un problema reale, ovvero hanno a casa figli piccoli che nessuno può accudire. Questo sta creando difficoltà alle aziende ed è un altro problema di cui non si è tenuto conto».

Misure di sicurezza?

«Avevamo attivato le misure di sicurezza per fornitori e dipendenti già molto prima del blocco. In questi due mesi sono stati messi in atto tutti i provvedimenti previsti dai protocolli, dalla temperatura all’ingresso alle mascherine fornite a tutti dipendenti anche se qui le distanze non mancano».

A parte la forza lavoro necessaria a produrre mascherine, per gli altri ha chiesto la cassa Covid?

«Come tanti miei colleghi speravo di non doverlo fare, ma sono stato costretto. E sa perché? Perché ci hanno fatto chiudere senza dirci per quanto tempo».

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