De Donno: «Così la politica ha vinto anche sulla scienza medica»

Il primario attacca la scelta di Pisa in un’intervista a Radio Padania. E avverte: «Questo è un virus che ci farà tribolare, dobbiamo essere pronti»

MILANO. «La politica, anche quella piccola, ha la meglio sulla scienza medica, una modalità tutta italiana». Così Giuseppe De Donno ha criticato la scelta dello studio Tsunami di Pisa come capofila della sperimentazione italiana sulla plasmoterapia, da parte di Iss e Aifa su indicazione del ministero della Salute.

In una lunga intervista a Radio Padania, De Donno ha sostenuto che «non vi sono ragioni oggettive per individuare Pisa come capifila di uno studio sul plasma. In realtà le uniche due città che avrebbero dovuto essere interpellate per fare da capofila uniche, neanche non come co-investigator, erano Mantova e Pavia».



Per il dottor De Donno, «Pisa non sa neanche cos'è il coronavirus, hanno arruolato il primo paziente, anche Crema e Cremona l'hanno superata. Se noi vogliamo affidare un protocollo di ricerca a un centro che ha esperienza non penso che ci siano dubbi su quale centro di ricerca doveva essere scelto. Io non ho saputo nulla di questo protocollo di ricerca. Non ci hanno neanche avvisato».

E ancora: «Noi è dai primi di marzo che lavoriamo al protocollo sul plasma del paziente convalescente e io stesso l'ho chiamato Tsunami, quindi non hanno neanche avuto fantasia per dargli un altro nome. Quindi mi viene da sorridere quando leggo queste cose. Io il protocollo di Pisa non l'ho neanche letto perché non mi hanno consultato. Ma mi fa sorridere che loro propongano un protocollo di ricerca sul plasma convalescente quando noi ormai abbiamo chiuso la fase uno».



E ha continuato: «Personalmente a questo studio non aderisco ma non vuol dire che non continuerò a usare la plasmaterapia. Io sono uno dei padri del plasma iperimmune in questo tipo di sperimentazione. Siamo stati la prima città, insieme a Pavia nel mondo occidentale, ad aver registrato questo marchio. Quello che ho sempre detto è che la percezione che ho del mio studio, condotto insieme ai colleghi Pavia, sia buona e che la nostra casistica mantovana ha avuto morti pari a 0. Abbiamo messo in campo dei proiettili che vanno ad agire contro il coronavirus, ed è l'unico trattamento in questo momento che va ad agire contro il virus. A me che interessa salvare più vite possibile ma dare anche merito agli scienziati che se ne sono occupati, e non mortificarli».

De Donno ha avvertito: «Stiamo attenti: questo è un virus che ci farà tribolare. E se avremo una seconda ondata, che secondo me è la terza perché la prima l'abbiamo avuta a ottobre del 2019, dobbiamo essere preparati e avere la banca del plasma rifornita, perché solo quella ci salverà».

De Donno ha lanciato un messaggio molto chiaro anche in vista delle riaperture: «Questo - ha detto - è un virus bastardo, ogni volta che abbassiamo la guardia ci punisce. È quello che sta succedendo in Germania, dove da oggi dovevano riaprire le scuole e sono piombati nel lockdown di nuovo», quindi «dobbiamo stare molto attenti a dire che si è ridotta la virulenza».

«Noi - ha aggiunto De Donno - non abbiamo alcuno strumento per verificare se il virus ha perso o meno virulenza, possiamo dire che abbiamo osservato una fase in cui c'erano meno accessi al pronto soccorso del Carlo Poma e nelle terapie intensive, e questo ci ha portato ad allentare un po’ la guardia e ad aprire qualcosa. Giustissimo, ma d’altra parte dobbiamo stare molto, molto attenti: oggi (ieri, per chi legge, ndr) da noi in pronto soccorso era pieno di pazienti Covid-19 e domenica ho dovuto aumentare i miei letti della terapia sub-intensiva da 15 a 20».

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