Niente domiciliari per il boss, Grande Aracri resta in cella

Respinta la richiesta dei difensori che puntavano al rischio contagio in carcere. Ma il capo della cosca di Cutro è in regime di isolamento: nessun pericolo Covid

MANTOVA. Il boss resta al carcere duro. Il collegio dei giudici del tribunale di Reggio Emilia ha respinto l’istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Nicolino Grande Aracri, capo indiscusso e pericolosissimo della cosca di ‘ndrangheta i cui affari nel Mantovano sono stati sgominati dall’inchiesta Pesci dei carabinieri del nucleo investigativo di via Chiassi. Gli avvocati Gregorio Viscomi e Filippo Giunchedi a fine aprile avevano chiesto i domiciliari per il pericolo di contagio da coronavirus, in considerazione «delle precarie condizioni di salute» del boss 61enne: una richiesta respinta dai magistrati Cristina Beretti, Dario De Luca e Silvia Guareschi. Il no secco è arrivato nel pieno delle polemiche a livello nazionale sulle due corpose liste (la prima di 376 boss e picciotti già agli arresti domiciliari, la seconda di 456 nuovi nomi dello stesso ambito giudiziario) di persone che chiedono di lasciare il carcere per motivi di salute connessi al rischio Covid-19.

Grande Aracri è rinchiuso in regime di 41 bis, cioè in un isolamento che garantisce protezione sia a lui che agli operatori carcerari che ai parenti. Ma il capo indiscusso della ’ndrangheta cutrese ha paura di contrarre il coronavirus. Ad ispirare la richiesta, probabilmente, la notizia che uno dei suoi luogotenenti, Romolo Villirillo, condannato in via definitiva nel processo Aemilia come uno dei sei capi della cosca autonoma che si era radicata in Emilia Romagna, ha ottenuto un pronunciamento di scarcerazione dai giudici di Catanzaro (in Calabria sta affrontando altri processi) per problemi di salute che gli farebbero rischiare la morte se dovesse contrarre il Covid-19 nel carcere di Rebibbia. Con questo pronunciamento ha chiesto gli arresti domiciliari al magistrato di sorveglianza di Roma.


Nella loro valutazione i tre giudici reggiani hanno tenuto conto sia del parere negativo dato dalla procura distrettuale antimafia di Bologna, sia della relazione del carcere milanese di Opera (dove si trova il capoclan) che esclude rischi di contagio nel penitenziario, alla luce delle precauzioni prese da tempo. La decisione è stata presa in tribunale a Reggio Emilia, in quanto organo competente a valutare la richiesta di scarcerazione, visto che il boss 61enne è in questa fase sotto processo – accusato di essere il mandante – per due omicidi (vennero freddati Nicola Vasapollo in città e Giuseppe Ruggiero a Brescello) avvenuti nel lontano 1992.

Fino all’ultima udienza di febbraio, prima della chiusura legata all’emergenza sanitaria, Grande Aracri ha seguito in video collegamento dal carcere ogni momento del dibattimento, intervenendo spesso e senza mostrare alcun segno di indisposizione fisica. Il processo dovrebbe riaprire il 15 maggio per consentire al pm Beatrice Ronchi di concludere la requisitoria prima di passare la parola agli avvocati difensori. L’iter non sarà semplice: perché il governo, su proposta del ministro Bonafede, ha approvato il 29 aprile un decreto legge che nelle decisioni relative alle misure alternative al carcere, rende obbligatorio il parere delle procure antimafia e, nel caso di detenuti al 41 bis, anche quello del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo.

La difesa rispetta la decisione, ma rimarca come «i problemi respiratori e cardiocircolatori possano mettere in serio pericolo Grande Aracri nel caso venisse contagiato in carcere dal coronavirus».
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi