Rianimazione a Mantova, 27 decessi: «Una mortalità del 34% contro il 46% regionale»

Il primario Castelli racconta i giorni del picco: «Gestivamo 29 pazienti al giorno». Quattro sezioni attive in contemporanea. «Oggi una, sono rimasti tre ricoverati» 

MANTOVA. Nemmeno il tempo di organizzare il suo piano di lavoro da nuovo capo del dipartimento di Emergenza-Urgenza dell’Asst di Mantova, (la nomina era scattata a gennaio), che si è trovato di fronte allo tsunami coronavirus. Il dottor Gian Paolo Castelli, primario della Rianimazione del Poma dal 2015, confessa di tirare un po’ fiato in questi ultimi giorni dopo un lungo periodo vissuto a stretto contatto con un nemico contro il quale non aveva mai pensato di dover combattere.

Ma dopo due mesi e mezzo il suo staff di rianimatori, numeri alla mano, può dire di aver fronteggiato l’emergenza come pochi hanno saputo fare. Attualmente delle quattro sezioni aperte nei giorni più bui, solo una è rimasta attiva e con appena tre pazienti ricoverati, due 69enni e un 56enne. Uno in condizioni discrete, gli altri due ancora in fase acuta.


Il reparto finora ha avuto 27 decessi su 81 pazienti. In percentuale il 34% dei ricoverati, contro il 46% della media regionale lombarda. La maggior parte dei decessi nella fascia tra i 61 e i 70 anni con 17 morti. Nove i decessi tra i 50 e i 60 anni e uno solo over 80.

L’età media dei ricoverati è di circa 60 anni, mentre la degenza media del ricovero è di 11,9 giorni «Nel periodo più difficile – commenta il dottor Castelli –abbiamo dovuto gestire quattro sezioni di rianimazione contemporaneamente, tre per pazienti Covid e una per pazienti tradizionali. E nelle tre “sporche”, come le chiamiamo noi per distinguerle da quelle “pulite”, abbiamo avuto per almeno due settimane tutti i letti esauriti con 29 pazienti da tenere sotto stretta osservazione». Resta comunque sempre attrezzata o “armata”, come dice il primario del Poma. «Dobbiamo tenerla aperta perché in caso di riaccensione della pandemia il reparto deve essere pronto ad accogliere i pazienti».

Che ricordo ha dell’inizio dell’epidemia?

«Al Poma abbiamo aperto una sezione di rianimazione Covid il 27 febbraio. Poco prima avevamo fatto vari incontri perché le notizie che arrivavano dalle zone limitrofe erano preoccupanti. Abbiamo accolto il primo paziente poche ore dopo, era un 62enne proveniente dalla zona del Cremonese, dove gli ospedali erano già saturi. Poi è stato un progressivo aumento dei ricoveri, con il picco raggiunto nei primi 10 giorni di marzo. Il calo lo abbiamo registrato verso fine marzo».

Avete registrato una percentuale di decessi inferiore alla media regionale. Come avete fatto?

«Abbiamo lavorato sodo e in silenzio, applicando ciò che la letteratura ci mostrava giorno dopo giorno, restando molto vicini ai pazienti e gestendoli attentamente a ogni ora del giorno. E non è stato affatto facile, perché erano tutti intubati tranne due. Siamo riusciti a reclutare alcuni infermieri in più dalle sale operatorie, che in quei giorni erano ferme e altri da altri reparti che erano stati chiusi. E vuole che le dica una cosa bella, alcuni di loro, almeno quattro o cinque hanno già fatto domanda per restare con noi. Erano arrivati i primi giorni con una legittima paura negli occhi e ora non se ne vogliono più andare».

Che cosa ha ricorderà di questo periodo?

«È senza dubbio una esperienza nuova e forte, qualcosa che non mi era mai capitata. In pratica abbiamo lottato contro una maxi emergenza di una patologia sconosciuta e che per di più si è presentata in modo multiforme».

Teme un ritorno ai giorni in cui in Rianimazione non c’erano più letti liberi?

«Non credo, la mia sensazione è che sarà difficile tornare a quei giorni o perlomeno che si torni ad un impatto di così ampie dimensioni da dover riaprire quattro sezioni. Forse qualche piccolo focolaio si potrà ripresentare ed è per questo che terremo “armata” una sezione ancora per molto tempo».

Un ricordo bello e uno brutto

«Tra i momenti più belli c’è senza dubbio quando abbiamo salvato la vita ai nostri colleghi. Per uno in particolare me la ero vista brutta, il collega rianimatore e amico Riccardo Malaspina. Il momento più delicato quando per circa due giorni ho avuto paura di non riuscire a tirarlo fuori. Ma alla fine è andata bene».




 

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