La Cgil di Mantova denuncia: «Smart working? Una gabbia per donne»

Le donne della Cgil in piazza Marconi in uno scatto di qualche anno fa

Il monito di delegate, pensionate, funzionarie e segretarie: «Ora la crisi economica minaccia di peggiorare le disparità di genere, ma noi non rinunceremo alla nostra autodeterminazione»

MANTOVA. Da privilegio a gabbia: così lo smart working ha messo presto le sbarre al sollievo delle lavoratrici. A farsi interprete di questo disagio di genere è il Gruppo Donne della Cgil di Mantova. Delegate, pensionate, funzionarie, segretarie, scippate durante il confinamento «di quella caratteristica del nostro lavoro che ci appassiona tanto: stare in mezzo alla gente». A compensare la socialità mutilata, l’idea di privilegio associata allo smart working, soprattutto rispetto a chi durante il lockdown ha continuato a faticare “in presenza”, «senza protezioni e garanzie di tutela della propria salute».

Ma il meccanismo di compensazione s’è inceppato presto: «Da un giorno all’altro ci siamo ritrovate a doverci ritagliare un angolo, all’interno delle nostre case, che ci permettesse di lavorare al computer o di rispondere a telefonate, mail, videochiamate – raccontano le donne della Cgil – contemporaneamente ci chiedevano ascolto i figli, alle prese con la didattica a distanza, i mariti, disorientati o superimpegnati come noi, gli anziani genitori, spaventati o da accudire. Tutto questo mentre dentro di noi aumentava la paura del contagio». E addio sollievo, evaporato in una fitta di solitudine e inadeguatezza. Ossidato nell’ansia di voler fare quadrare ogni cosa.


La morale è che «lo smart working può sicuramente essere un’opportunità, ma solo se regolato contrattualmente: per molte donne, nella situazione selvaggia e improvvisa creata dall’emergenza, è stata un’esperienza autentica di regressione culturale, perché appesantita dal carico eccezionale, non equamente condiviso, della gestione familiare». E così, oltre che lavoratrici da remoto, senza orari né riposo settimanale, «tante donne sono diventate pure cuoche, colf, insegnanti, badanti». Non è andata meglio alle lavoratrici della sanità o impiegate nei servizi essenziali, quelle che hanno continuato a uscire di casa, schiacciate dalla paura del contagio e dal terrore di portare il virus nel perimetro della famiglia. E ora che si è tornati a respirare un clima di normalità, anche se altra e compressa, a guastare l’umore è lo spettro della disoccupazione.

Per non dire dell’affanno delle mamme lavoratrici, sfinite dalla chiusure degli asili nido e delle scuole, «per i compromessi con partner e datori di lavoro, tra richieste di congedi e part-time, alle prese con decreti poco chiari e aziende sempre esigenti». Perché – denunciano le donne della Cgil – «alla fine, siamo sempre noi a dover rinunciare a qualcosa, alla libertà e alla carriera: secondo l’Istat il 38% delle madri ha dovuto modificare aspetti della propria professione per conciliare il lavoro con la famiglia, tre volte tanto rispetto agli uomini». Di segno diverso, ma altrettanto feroce, l’inquietudine delle collaboratrici pensionate della Cgil, costrette all’inattività e «svuotate anche di uno dei ruoli per loro più gratificanti, quello della nonna».

Ora e per tutte il pericolo da scongiurare è che la crisi economica peggiori le disparità di genere: «In nome della famiglia, e a causa della carenza dei servizi, si sta ancora diffondendo quell’antica dinamica, inaccettabile, per cui ci si aspetta che sia soprattutto la donna a farsi carico» rinunciando alla vita sociale e alla crescita professionale. “Scelta” ovvia per l’opinione pubblica, quanto è limpido il monito del Gruppo Donne della Cgil: «Non intendiamo rinunciare alla nostra autodeterminazione per diventare più povere, più dipendenti, più sole».

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