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Mantova, malati d’azzardo con le slot spente: «Mio padre salvato dal lockdown»

La testimonianza: «La Fase 1 è stata un sollievo, ma adesso con la riapertura tornerà a rovinarsi»

Igor Cipollina
2 minuti di lettura

MANTOVA. Dacci oggi il nostro azzardo quotidiano: alla fine l’ansia di normalità s’è tradotta anche nella riapertura delle sale scommesse e nella riaccensione delle slot. «Come fossero attività commerciali al pari delle altre – interviene Giuseppina Nosè per il tavolo No Slot di Mantova – È su questa ambiguità, giustificata dagli amministratori pubblici, che si regge un’impostura inaccettabile. L’azzardo legale non restituisce nulla in termini di economia e danneggia le comunità. Se vado a mangiare una pizza, finanzio il cameriere, il piazzaiolo e il produttore delle materie prime, i soldi che gioco alle slot, invece, fruttano ai gestori e, in minima parte, allo Stato, che non può fare a meno di quelle entrate». Lo Stato che con una mano prende, incoraggiando il gioco, e con l’altra spende per curare i giocatori compulsivi, quelli che si accaniscono a rincorrere la fortuna per zittire lo sconforto, a risarcimento di una vita guasta. Che inceppano ancora di più.

Così la vita di un ottantenne dell’hinterland, uno dei tanti malati d’azzardo della provincia, al quale il lockdown ha concesso una tregua inattesa, rovesciando la minaccia del contagio in sollievo. A raccontarne la storia è la figlia, che non si fa illusioni – il padre non è guarito e tornerà a giocare – ma è grata della parentesi di normalità assaporata dopo anni di rabbia e bugie.

«La Fase 1? Il periodo migliore della mia esistenza» scandisce la donna, scusandosi subito se l’affermazione suona offensiva per quanti hanno sofferto, perso gli affetti, smarrito la serenità. «Il periodo migliore perché ci ha restituito un pezzo di vita – argomenta – a me, che ero sfinita e avevo bisogno di fermarmi, e anche a mio padre, che ha potuto finalmente assaporare la gratuità delle relazioni. La dipendenza dal gioco devia ogni rapporto con le persone, perché la priorità è spillare dei soldi. Così si diventa inaffidabile e la gente ti evita».

Vedovo da tempo, un’altra figlia disabile con la quale divide l’appartamento, e l’ostinazione bugiarda di chi non ammette il problema: «Ha sempre negato di giocare, ma i 2.700 euro che entravano in casa, tra la sua pensione e l’indennità di mia sorella, li bruciava subito, con il Bingo, le slot, i Gratta e vinci, e non gli restava niente nemmeno per fare la spesa. La situazione è precipitata un anno fa, quando gli è arrivato lo sfratto perché non pagava l’affitto. Allora sì che ha dovuto ammettere».

Scongiurato lo sfratto, grazie all’intervento dei servizi sociali, e messo al riparo l’assegno della sorella disabile, di cui la donna è diventata amministratrice di sostegno, i rapporti col padre si sono sfilacciati ulteriormente. «Sono stati mesi terribili – confessa – Ho scoperto una lunga scia di debiti, con banche e società finanziarie, e mio papà è diventato rabbioso, gli mancavano i soldi della figlia su cui mettere le mani».

Poi è arrivato il lockdown. «È stata la nostra salvezza – ripete la donna – purtroppo mio padre si è scoperto malato di tumore e io ho potuto continuare a frequentare la sua casa, lo accompagnavo a fare le terapie, e spesso rimanevo a dormire con lui e mia sorella. Il lockdown, con le sale slot spente e la vendita di Gratta e vinci sospesa, ci ha riavvicinato. Si ballava e cucinava insieme, ho conosciuto il padre che ho sempre desiderato avere. Se gli mancava la possibilità di giocare? No, stava bene, perché l’ansia del gioco è indotta, ad alimentare la dipendenza è l’offerta. Magari le sale slot avessero chiuso per sempre».

Non si fa illusioni, la figlia, sa che il padre tornerà a giocare, ma la prossima settimana lo porterà al mare. E sarà la loro prima vacanza insieme. 

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