Corneliani Mantova: ecco i numeri della crisi e la famiglia perde il secondo ricorso

Nel bilancio provvisorio del 2019 il rosso supera i 19 milioni. Scontro tra soci nel cda che ha deliberato per il concordato

MANTOVA. Fatturato arrivato a ridursi nel 2019 a 90,2 milioni con una differenza in negativo di 20 milioni rispetto al 2016. Perdita di 19,2 milioni di risultato netto contro i 12,8 dell’anno prima. Ebitda a -10,5 milioni: erano -7,3 nel 2018.

Sono i numeri della crisi Corneliani riportati nella domanda per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo con riserva presentata dall’azienda il 17 giugno. Cifre provvisorie in quanto il bilancio 2019 deve essere ancora approvato così come per la situazione patrimoniale al 31 maggio 2020 da cui emerge una perdita netta provvisoria di 8.952 euro. Dopo che il 23 giugno il Tribunale ha accolto la richiesta dell’azienda con la nomina del commissario giudiziale, l’atto è stato depositato al registro imprese insieme al verbale del cda che aveva deliberato l’opzione concordato: due documenti che aiutano a ricostruire sia origini e dimensioni dello stallo sia la portata dei contrasti tra fondo Investcorp e famiglia Corneliani, con un secondo ricorso di quest’ultima a febbraio.



Cause e numeri della crisi

Lungo l’elenco delle cause della crisi riportate dall’azienda nella domanda di concordato: generale andamento negativo del mercato della moda di lusso maschile, contributo limitato (rispetto ai costi) del rafforzamento della distribuzione per la vendita al dettaglio e della rete dei negozi diretti, tendenza negativa del canale di distribuzione in punti vendita indipendenti, presenza troppo poco radicata nell’area orientale e negli Usa come sulle piattaforme di e-commerce, progressiva riduzione del contributo di produzioni per terzi (dal 9% del fatturato 2016 è passato all’1,7% nel 2019). Crisi generale e «inefficienze – si legge – specifiche della società» che hanno comportato una riduzione dei ricavi negli ultimi anni. Ne sono prova i bilanci 2016, 2017, 2018 e la situazione patrimoniale provvisoria al 31 dicembre 2019 non ancora discussa e approvata. Il fatturato era di 109,6 milioni nel 2016, 107,8 milioni nel 2017, 104,9 milioni nel 2018 ed è sceso a 90,2 milioni nel 2019. Il risultato netto è passato da una perdita di 3,6 milioni nel 2016, a 1,9 nel 2017, a 12,8 nel 2018 fino ai 19, 2 milioni dello scorso anno. Situazione che ha comportato il conseguente varo di una manovra finanziaria a novembre 2019 che prevedeva un rafforzamento patrimoniale a carico dei soci e un riscadenziamento dell’esposizione con le banche. Di qui tra marzo e aprile l’aumento di capitale di 5,5 milioni sottoscritto dal solo socio di maggioranza Sarti Holdings (società del fondo Investcorp), ma la prospettiva di risanamento è stata «fortemente ridimensionata» dall’esplosione Covid-19. Per farvi fronte ecco a maggio un nuovo piano per le banche che prevedeva un ulteriore supporto dei soci. La risposta è stata un “no” da entrambi i fronti.

Il secondo ricorso della famiglia

Dopo quello bocciato dal Tribunale di Brescia a gennaio, i soci di minoranza hanno presentato un secondo ricorso a febbraio ex articolo 700 del codice di procedura civile (provvedimento d’urgenza) in base al quale il Tribunale di Milano ha dapprima disposto la sospensione in via cautelare d’urgenza della trattazione e della votazione dell’aumento di capitale di 5,5 milioni e poi respinto l’istanza il 19 febbraio. La notizia è riportata nel verbale del consiglio di amministrazione che il 16 giugno ha deliberato la domanda di concordato con l’astensione dei membri della famiglia. Sullo sfondo quello scontro ormai noto tra soci a colpi di accuse reciproche su «iniziative di disturbo», tempistiche e promesse non mantenute per quel processo di ristrutturazione mai completato.


 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi