Mamma in lacrime: «Restituitemi la pianta per mio figlio morto»

Cinque anni fa l’incidente in viale Gorizia: «Da quel giorno non vivo più, i fiori devono stare  nel luogo dove il mio Matteo è stato vivo per l’ultima volta»


MANTOVA. La voce è spezzata dal pianto, la donna fatica a mettere in fila le parole del suo appello: «Chiunque abbia preso la pianta, per favore, la riporti dove l’ha presa. Non potete fare questo a mio figlio». A parlare è Nadia Braga, madre di Matteo Elisse, morto cinque anni fa in un incidente stradale all’incrocio tra viale Carso e viale Gorizia.

«Come ogni anno, il 24 giugno ho fatto portare una dipladenia bianca nel punto dove Matteo è stato investito, ma qualcuno l’ha portata via – racconta Braga – c’era anche un biglietto con la data dell’incidente, il suo nome, non è possibile che il ladro non si sia accorto che si trattava del ricordo di una persona defunta».

Sopravvivere alla morte di un figlio è uno strazio contro natura e, da quel maledetto giorno d’inizio estate, mamma Nadia rivive ogni giorno la tragedia che le ha sconvolto la vita.

«La pianta è stata portata là dal fiorista, non sono andata di persona – racconta la donna, che abita a Lunetta con il marito – Da quando ho perso Matteo esco di casa soltanto per andare a trovarlo al cimitero, non riesco ad affrontare la vita, le persone, niente. Quella pianta è molto importante, prego perché torni dove deve stare, nel luogo dove Matteo è stato vivo per l’ultima volta».

Elisse è morto a 34 anni, investito da un automobilista mentre era in sella alla sua Aprilia, in un incrocio insidioso se non maledetto.

Il 24 giugno di cinque anni fa, sull’asfalto rovente di mezzogiorno, il personale del 118 provò in tutti i modi a rianimarlo, ma un massaggio cardiaco lungo 45 minuti non bastò a salvarlo.

Elisse abitava a Sant’Antonio e da 15 anni lavorava come operaio turnista alla Sapio di via Ostiglia, società di produzione di idrogeno e ossigeno. La moto era una sua passione, coltivata con prudenza, come raccontarono alla Gazzetta gli amici smarriti, disorientati da un dolore troppo grande da governare.

Il primo familiare ad arrivare in viale Gorizia era stato il fratello di Matteo, Marco, disperato al punto da sfogare la sua rabbia sorda contro la moto, prima che gli agenti della polizia locale riuscissero a placarlo.

«Non chiedetemi di stare calmo – le sue parole di allora – non chiedetemelo, non posso, non posso».

Cinque anni dopo, la morte di Marco è ancora una fitta tra il cuore e i polmoni.

«È un dolore che non si può capire, solo io so cosa ho nel cuore – confessa la madre di Matteo – spero davvero che chi ha portato via la pianta mi ascolti e si renda conto del male che mi sta facendo. È un gesto cattivo, che non mi merito». —




 

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