L’analisi di Ats: «Dopo il lockdown nella provincia di Mantova balzo di contagi tra i più giovani»

L’epidemiologo Ricci legge la curva e spiega il caso macelli: «Il rischio biologico si somma alle condizioni dei lavoratori»

MANTOVA. La tendenza è diventata evidenza: all’ingresso nella fase 2 a maglie larghe, dal 18 maggio, si notava già che i nuovi contagi si concentravano sotto la soglia dei 70 anni mentre prima il Covid si era diffuso tra le persone più anziane, con l’innesco nelle case di riposo.

«Era un piccolo accenno, una “spia gialla” che la ripresa di molte attività avrebbe potuto aumentare le occasioni di contagio – ricostruisce il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Ats Val Padana, Paolo Ricci – L’invito era quindi alla massima cautela per garantire il distanziamento fisico, la pulizia delle mani e l’uso della mascherina laddove il distanziamento, soprattutto negli ambienti chiusi, difficilmente si può garantire».

Messaggio recepito a metà: due mesi dopo, il «piccolo accenno» è diventato un balzo, la curva dei contagi tra chi ha meno di 70 anni, e più occasioni di mobilità, si è impennata. «Studio e lavoro entrano in gioco – osserva Ricci – ma anche le trasgressioni del tempo libero fanno la loro parte». La cronaca, però, punta ai macelli.


I FOCOLAI NEL VIADENESE

«Certamente i casi del Viadanese collegati al comparto “lavorazione carni”, anche se non esclusivamente, hanno fornito il contributo principale a questo balzo in alto – riconosce il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico –. Ricordiamo, per altro, che il distretto Casalasco-Viadanese, dopo Cremona, è quello a maggior incidenza di Covid-19 in Ats Val Padana». Situazione prevedibile, visto che il comparto in questione «riconosceva la presenza di un “rischio biologico” anche ben prima del Covid-19 ”».

Cita Ricci un progetto di ricerca del Servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’ex Asl di Mantova, condotto in collaborazione con Modena, che considerava ancora attuali e concreti «rischi quali la brucellosi e Tbc legate alla macellazione dei bovini o la leptospirosi e l’erisipeloide che colpiscono i macellatori di suini». Alla voce “virus”, la ricerca elencava, tra gli altri, «il virus respiratorio sinciziale, il virus della febbre della valle del Rift e il virus della malattia di Newcastle». Il termine scientifico è zoonosi: malattie animali in grado di contagiare l’uomo.



RISCHIO BIOLOGICO NEI MACELLI

«Sangue, liquami, deiezioni, acque e fanghi di depurazione costituiscono i veicoli tramite cui i microrganismi patogeni si possono diffondere in queste realtà produttive – conferma Ricci –. Poco da meravigliarsi quindi che un virus come il Covid-19 abbia trovato qui un habitat potenzialmente adatto alla sua crescita. Non è certamente facile in questi contesti, nonostante l’indubbio impegno organizzativo e tecnologico, garantire sempre alti standard di condizioni igieniche, non solo negli ambienti di lavoro in senso stretto, dove l’organizzazione a catena è relativamente distanziabile, ma anche negli annessi: bagni, spogliatoi e luoghi di ristoro».

Al rischio biologico concorre anche «il microclima freddo-umido, prediletto dai coronavirus, ma intrinseco alle esigenze produttive di lavaggio e conservazione carni». Insomma, già di per sé il comparto lavorazione carni costituisce «un “crogiuolo” di fattori di rischio biologico, cui si sommano anche condizioni di deprivazione socio-economica della manodopera, spesso immigrata, dato il basso grado di desiderabilità sociale di questi lavori».

LA RETE DEI CONTATTI

Vero, la mobilità sociale e l’allentamento delle misure anti-contagio hanno abbassato l’età media dei nuovi casi, ma non siamo più completamente disorientati e disarmati.

«A differenza del primo quadrimestre dell’anno, durante il quale la marea di casi ha travolto tutti, lasciando pochi gradi di libertà all’azione preventiva delle istituzioni, ora la situazione è profondamente cambiata – rassicura Ricci – nel senso che consente immediate e mirate azioni d’intervento puntuale in grado di identificare non solo l’intero cluster dei casi, ma anche dei contatti, familiari e sociali, nonché di attivare i necessari provvedimenti interdittivi dei luoghi e di isolamento delle persone».

Ora la domanda sulla bocca di tutti è: il coronavirus è meno “cattivo”? «Non ci sono evidenze scientifiche sufficienti per sostenere che sia mutato in modo tale da condizionarne la virulenza – risponde il responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Ats Val Padana –. A essere “mutati” siamo noi, perché la conoscenza e l’esperienza del fenomeno ci consentono oggi di porre in atto rapidamente le più adeguate misure preventive e terapeutiche e di poter pensare che “comunque vada, non sarà mai come prima”».

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