Da Mantova alla Colombia per raccontare le comunità resistenti nella selva

Incontro questa sera allo spazio sociale La Boje di strada Chiesanuova. I video di Francesco Facchini e la testimonianza di Alba Ospina

MANTOVA. Martedì sera  allo spazio sociale la Boje di strada Chiesanuova 10 si è parlato dei movimenti contadini e della pace in Colombia. Francesco Facchini ha presentato i suoi video ed è intervenuta Alba Ospina, specialista in memorie di conflitto armato. Proprio Facchini racconta così la sua esperienza, da Mantova al cuore della Colombia.

Sono molto agitato. Non ho trascorso una settimana in questa area remota del dipartimento del Meta - nella cosiddetta “Colombia Profonda” - e ho già l'opportunità di presentarmi davanti all'assemblea generale dell'Associazione contadina di agricoltura e commercio equo e solidale nel bacino del fiume Güejar (Agrogüejar). Sento su di me lo sguardo curioso dei leader delle quindici comunità che conformano l’associazione. Gli spiego che sono venuto qui da Copenaghen per una ricerca sui problemi di sviluppo in queste regioni, nell'ambito di un Master in Sviluppo Agrario. Quando finisco il mio discorso, i membri del consiglio direttivo dell'associazione mi ringraziano e sottolineano quanto sia importante che le storie delle loro comunità arrivino al di fuori della loro regione e persino in Europa, considerando come sono state isolate e dimenticate da tutti. Faccio un sospiro di sollievo; i leader mi accettano e sono interessati a collaborare alla ricerca.


Un'ora dopo il mio intervento qualcun altro si presenta all'assemblea. Un uomo guarda dall'esterno, mentre un altro entra salutando. È afro-colombiano, alto, indossa i vestiti di un contadino qualunque, ma ha un'espressione ostile e uno sguardo cupo, gli occhi iniettati di sangue. Inizia un discorso rabbioso contro Agrogüejar. Il monologo finisce con una minaccia diretta ai leader dell’associazione contadina: “Alcune persone qui o lasciano la regione o muoiono! È così, semplice”.

Nel 2016, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) firmarono degli accordi di pace con il governo nazionale in seguito ad anni di negoziati a L'Avana, Cuba. Si percepiva una forte speranza nel paese, poiché sembrava che il popolo colombiano avrebbe finalmente avuto l'opportunità di vivere in pace dopo oltre mezzo secolo di conflitti armati e spargimenti di sangue. La concentrazione della proprietà della terra, la disuguaglianza sociale ed il narcotraffico sono le cause principali di una serie di conflitti violenti che hanno caratterizzato la storia della Colombia fin dalla sua indipendenza. Gli accordi parlano di riforma agraria, mettono al centro le vittime di questi conflitti - contadini, popolazioni indigene ed afro-colombiane - ed istituiscono dispositivi ad-hoc per la sostituzione delle coltivazioni illecite, riconciliazione, giustizia e restituzione delle terre.

Purtroppo, le speranze riposte nei trattati di pace si stanno assottigliando sempre di più. L’attuale governo rappresenta gli interessi dell’élite latifondista del paese, ovvero dei gruppi che hanno sempre proposto il pugno di ferro contro la guerriglia e perpetuato la violenza tramite il paramilitarismo. Il presidente Ivan Duque sta cercando di fare di tutto per ostacolare il processo di pace e delegittimarne le istituzioni. Il rispetto degli accordi implicherebbe una riforma sociale ed economica che i gruppi più potenti del paese non approverebbero. Nel frattempo, diversi gruppi armati sono ancora attivi nel paese: alcuni comandanti delle Farc non hanno accettato il processo di pace e hanno creato un movimento dissidente, mentre l'Esercito di Liberazione Nazionale - l'altra storica guerriglia di sinistra - e vari gruppi paramilitari hanno approfittato del vuoto lasciato dalle Farc per prendere il controllo dei mercati del traffico di droga e di risorse primarie sul territorio colombiano.

Durante i miei tre mesi nel Meta, ho potuto vedere con i miei occhi lo svolgersi di una guerra “silenziosa” contro i beneficiari previsti dagli accordi: le comunità rurali e le loro organizzazioni. Minacce simili a quella lanciata durante l’assemblea di Agrogüejar fanno parte della routine dei leader che stanno cercando di proporre alternative all'economia illecita sostenuta dai gruppi armati. Mentre fortunatamente non si è arrivati alla violenza in quell'occasione, dal momento della firma degli accordi sono stati assassinati più di settecento leader sociali nel paese, circa ottanta solo durante le mie ricerche. Gli ex guerriglieri che cercano di reintegrarsi nella società non sono esenti dalla violenza, con oltre un centinaio di omicidi dal 2016. Nemmeno il lockdown causato dalla pandemia di coronavirus è stato in grado di fermare gli "squadroni della morte", che al contrario ne hanno approfittato per uccidere gli attivisti nelle proprie case.

Nonostante queste condizioni avverse, le comunità contadine, indigene, afro-discendenti, le organizzazioni di guerriglieri smobilitati e una parte della società civile urbana continuano la loro lotta per la pace e il cambiamento sociale in Colombia. Nelle campagne, strutture comunitarie come Agrogüejar non si limitano a chiedere l'attuazione degli accordi, si impegnano attivamente per “fare” la pace. Le organizzazioni dirigono progetti che, anche grazie a fondi di cooperazione internazionale, promuovono alternative di vita in zone prima dominate dalla coltivazione e il traffico di coca. I contadini - spesso in collaborazione diretta con le comunità di ex-guerriglieri - vengono coinvolti in iniziative di apicoltura, allevamento e agricoltura sostenibili che diventano veri e propri processi di riconciliazione e di pace.

Ciò che mi ha spinto a viaggiare da Mantova a Bogotà e a vivere per più di tre mesi in mezzo ad una selva considerata fino a qualche anno fa una zona guerrigliera inaccessibile, senza acqua corrente e molti altri agi che qui diamo per scontati, è stata la voglia di capire e raccontare queste storie di pace. Storie di comunità resistenti, di leader coraggiosi, di organizzazioni che, nonostante la violenza e le difficoltà che li circondano, lottano ogni giorno per delle condizioni dignitose, per i loro diritti e per la vita. —


 

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