Viadana, l'accusa dei Cobas: «Regole anti Covid non rispettate in tutti i macelli»

Il referente del sindacato Adl: «Situazioni da approfondire». Il Mantovano al nono posto in Italia per l’aumento di decessi

VIADANA. Durante la pandemia di Covid il Mantovano ha registrato il 105% di morti (totali, non solo da Covid) in più rispetto alla media degli anni precedenti. Un dato che colloca la nostra provincia tra le regioni europee con un numero di decessi fino a tre volte più rispetto a quello atteso e al nono posto in Italia. Lo rileva una ricerca pubblicata da European data journalism network. Nell’articolo consultabile online, viene spiegato che «i dati provenienti da 20 Paesi europei mostrano che oltre 200.000 persone in più, rispetto al solito, sono morte da marzo».

La ricerca dimostra che i confronti tra dati nazionali sono fuorvianti, visto che la diffusione della pandemia è di tipo regionale. La nostra provincia, come ben visibile su una mappa interattiva, si trova in un’area dove “le morti in eccesso” sono più elevate. Il tasso più alto di eccesso è a Bergamo (+347%).

Intanto a Viadana, la questione dei focolai Covid riscontrati in alcuni salumifici e macelli del territorio continua a far discutere gli abitanti. Molti pensano che le misure da adottare meritino un surplus di approfondimento. E’ di questo avviso, ad esempio, Silvio Rosati di Adl Cobas, sindacato cui guardano diversi lavoratori delle cooperative impiegate nelle aziende del settore carni. «Alcuni lavoratori in appalto in macelli dell’area Oglio-Po – afferma – ci hanno riferito di condizioni sul posto di lavoro che non sembrano in grado di garantire pienamente la prevenzione del contagio. E’ già difficile rispettare il distanziamento fisico, perché in linea si lavora gomito a gomito; se poi la richiesta è di mantenere comunque certi ritmi, la produttività viene inevitabilmente a contare più della salute dei lavoratori e dei loro famigliari».

Il sindacalista riporta alcuni fatti che destano perplessità: «I lavoratori in appalto di un macello ci hanno detto di avere ricevuto in dotazione solo due mascherine lavabili in due mesi. In stabilimento ci sarebbero inoltre due termometri frontali: uno un po’ più “accomodante” e uno funzionante da tenere in caso di controlli». A volte, in verità, i comportamenti a rischio sembrano da imputare alle maestranze: «Ci sono gli operai sbruffoni, che si sentono onnipotenti e che non dev’essere facile far ragionare nemmeno per l’imprenditore».

In altri casi, è il “sistema” a imporre l’allargamento delle maglie. «Non mi sento di escludere – nota - che diversi soci delle cooperative, magari impiegati in appalto in altri settori, abbiano declinato l’invito di Ats a effettuare il tampone gratuito al punto Usca di Viadana: si tratta di cittadini che non vengono pagati se non lavorano, per cui non possono permettersi il rischio di risultare positivi e dover stare due settimane in isolamento». Lavoratori che magari non hanno ancora famiglia, ma convivono con altri operai e si spostano a bordo delle stesse auto. Va ricordato che gli stabilimenti in cui si sono verificati i focolai sono risultati ai controlli Ats rispettosi delle prescrizioni.

Negli ultimi dieci giorni le ambulanze della Croce Verde sono tornate a fare uscite Covid (un paio al giorno di media contro le dieci di marzo-aprile) e la terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Cremona è tornata ad accogliere pazienti Covid (un 63enne riconducibile proprio ai focolai viadanesi, anche se nei momenti clou di pazienti simili se ne gestivano una cinquantina). 
 

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