Covid, i Cobas chiedono un giro di vite: «Servono più controlli nei macelli»

Il sindacato di base all’attacco sul rispetto dei protocolli anti contagio: «Chiudere dove ci sono troppi positivi»

VIADANA. Nuovi protocolli per la prevenzione, ispezioni nelle aziende, se necessario sospensione temporanea dell’attività: sono le richieste avanzate da Adl Cobas Emilia-Romagna (cui fa riferimento anche l’area Oglio-Po) a fronte dei focolai registrati nelle province di Parma e Mantova. «Nelle ultime settimane – nota il sindacato di base – si sono registrati numerosi contagi in macelli del Mantovano e presso lo stabilimento alimentare Parmovo a Colorno, dove si sono contate ben 33 positività su un’ottantina di lavoratori (gran parte dei quali soci di una cooperativa del Viadanese; ndr); e tutto questo nonostante l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale e l’introduzione di distanze di sicurezza». Mancato rispetto dei protocolli? Dispositivi inadeguati? «La prima questione da denunciare – attacca Adl – è la completa mancanza di controlli da parte degli Ispettorati del lavoro. Il personale, cronicamente sottodimensionato, è in smart working dal lockdown e dunque ulteriormente limitato nell’operatività».

Secondo il Cobas, in certi contesti la circolazione del virus è inevitabile: «Ci sono aziende, soprattutto laddove si opera tramite esternalizzazioni, appalti e subappalti, in cui non sono previste misure come lo scaglionamento dei turni e degli ingressi per evitare assembramenti e contatti tra lavoratori. Si insiste poi con un massiccio uso di lavoratori interinali, costretti in un mese a cambiare anche quattro aziende. E le parti datoriali, sentendosi intoccabili, fanno di tutto per non interrompere la produzione». In tale contesto, secondo Adl Cobas le autorità sanitarie dovrebbero intervenire in modo più attivo: «Si limitano a fare i tamponi nei luoghi in cui emergono i contagi, ma non richiedono la chiusura dello stabilimento nonostante l’alta percentuale dei positivi, come alla Parmovo, forse per evitare denunce per il fermo produttivo e richieste di risarcimento danni da parte delle aziende. Il risultano è che oggi i lavoratori sono sottoposti a tampone e rientrano in turno prima ancora di avere i risultati: la continuità produttiva vale più della vita dei lavoratori e dei loro famigliari e della salute della collettività».


L’organizzazione sindacale parla di un “inaccettabile ricatto”: «Se vuoi avere lavoro e reddito, diventa normale rischiare di contrarre il Covid». Un cane che si morde la coda: «Una volta incrinata la salute, il reddito diventa insufficiente per affrontare le conseguenze della malattia».

L’appello: «Autorità sanitarie, istituzioni locali e Regioni modifichino i protocolli d’intervento per rendere più incisive le misure di prevenzione, controllo e contenimento, senza escludere la sospensione temporanea delle attività che sono divenute focolai o che non rispettano i protocolli minimi di sicurezza». 

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