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Lacrime per gli 11 mantovani morti a Stava 35 anni fa

Domenica 19 luglio a Tesero la cerimonia in tono minore a causa dell’emergenza sanitaria. La valanga d’acqua e fango seppellì 268 persone

Sandro Mortari
1 minuto di lettura

MANTOVA. Una catastrofe che ha spazzato via 268 persone, tra cui undici mantovani, molte delle quali venute in Trentino a trascorrere una vacanza trasformatasi all’improvviso in una tragedia. E il crollo dei bacini di decantazione della miniera di fluorite di Prestavel che trascinò con sé una valanga di acqua, fango e detriti abbattutasi in breve sulla val di Stava, nel Comune di Tesero, distruggendo tutto quello che incontrò sulla sua strada: alberghi, case, capannoni, ponti, boschi. Un secondo Vajont.

Domenica 19 luglio ricorre il 35° anniversario e quella tragedia avvenuta il 19 luglio 1985 per l’emergenza sanitaria sarà ricordata in tono minore. Non si svolgerà, quindi, la tradizionale Via Crucis lungo la val di Stava, né si terrà il concerto in memoria delle vittime. L'unico momento per celebrare la ricorrenza sarà la messa in suffragio delle vittime alle 10 al cimitero monumentale delle vittime, vicino alla chiesa di San Leonardo a Tesero. La cerimonia sarà officiata dall'arcivescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi.

Erano le 12.20 di 35 anni fa quando l’arginatura del bacino superiore di decantazione, dove venivano ammassati i rifiuti della miniera, cedette trascinando con sè il bacino inferiore. Una massa di 180mila metri cubi di acqua, sabbia e detriti scivolò ad una velocità di 90 chilometri all’ora lungo la valle travolgendo tutto. In pochi minuti uno strato di 20-40 centimetri di fango ricoprì un’area di 435mila metri quadrati. Sotto restarono 268 corpi, il cui recupero da parte dei sccorritori fu molto complicato. Tra loro undici mantovani, tutti vacanzieri di città. Ecco i loro nomi: Natalina Brutti, 76 anni; Maria Guilia,78 anni; Renata Deodati, 64 anni; Rosa Froldi, 69 anni; Iole Manini, 62 anni; Nella Marocchi, 79 anni; Liliana Curcio, 61 anni; Lucia Morselli, 48 anni; Guido Orlandi, 70 anni; Desdemona Lombardini, 70 anni; Pasqua Sampietri, 61 anni.

Quel disastro non fu una fatalità. All’origine c’era l’incuria dell’uomo, di dirigenti che non presero tutte le misure di sicurezza necessarie, nel corso degli anni, per evitare la tragedia. Il lungo processo, iniziato nel 1988 e conclusosi nel 1992, stabilì che si trattava di una tragedia annunciata, e individuò i responsabili nei costruttori e nei gestori della miniera e dei vertici delle società che contribuirono alla costruzione, oltre che il Distretto minerario della provincia autonoma di Trento. In tutto dieci persone, condannate per omicidio colposo e disastro plurimo che, però, non fecero un giorno di prigione. Responsabili civili vennero dichiarate anche le società che ebbero in concessione la miniera o che, nel corso degli anni, non intervennero nelle scelte relative alle discariche.
 

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