Requiem per un sentiero in città, quando l’asfalto copre i ricordi

I ragazzi si calavano nel Rio per rinfrescarsi, ma per fare il bagno preferivano la darsena. Le scorribande a Bosco Virgiliano attraversando il regno delle lavandaie sulle rive del lago 

MANTOVA.  Ci si trovava verso l’una del pomeriggio in strada vicino al tombino che c’è tuttora e che stava tra il numero 20 e 21 della via.

Questo perché a mezzogiorno tornavano a mangiare i padri operai, facchini e artigiani e alle dodici e trenta i commercianti e i pochi piccoli impiegati.


Così quelli operai si davano da fare a cercare di far passare la mezzora di attesa e quelli impiegati buttavano giù in fretta il pasto che in verità, data la consistenza, non richiedeva più tempo.

“Cosa fema?” si decideva il da farsi a seconda di come girava.

“Andema in dal Rio?” e ci si calava giù per l’angusta e viscida scaletta del 20, spesso a tu per tu con le famose “ponghe” (pantegane) del Rio sino ad arrivare all’acqua, allora fresca e gorgogliante a non più di una cinquantina di metri prima del ponte Arlotto.

Lì si scorrazzava un po’ nell’acqua con qualche stracciata ma senza fare il bagno che, chi voleva, andava a fare in darsena. Poi si risaliva in direzione del centro città. Di solito si ritornava alla via al numero 10, dove c’era una bella scalinata e addirittura il posto per alare qualche barca ma bisognava stare zitti e attenti perché faceva la guardia un’arcigna donna che al minimo rumore ci scaricava addosso un sacco di urla e di brutte parole. Il “10” dicevano che era stata (c’è tanto di targa commemorativa) la casa dei Ghisi un’antica famiglia del tempo dei Gonzaga che aveva costruito lì, dando il nome alla via che a Catena non era conosciuta come “via Govi” ma come “al Ghis”.

La lingua parlata era rigorosamente il dialetto (la prima lingua straniera che si affrontava era l’italiano) per di più quello di città.

Se capitava qualche ragazzo che parlava un dialetto di campagna era sì ammesso alla compagnia, ma guardato, almeno all’inizio, con una certa diffidenza. Ma la naturale vocazione era quella del Bosco Virgiliano.

Si arrivava alla testa della via e si prendeva a destra per via Trieste che allora, soprattutto a quell’ora, non presentava problemi di traffico lasciandoci alle spalle l’osteria de “I ranari”, tradizionale approdo dei facchini della carovana del porto e dei marinai che venivano da Venezia.

C’era sulla destra il vicolo Quinto residenza esclusiva della famiglia dei Venturini, tutti maschi facchini, e degli Speciga, di cui si fantasticava l’origine zingaresca.

Ma noi si prendeva per vicolo Canove che sfociava in via Magazzeni, ora Cardone, di fronte alla Cgil che allora aveva la sede lì.

Rimanevano sulla sinistra gli antichi magazzini, da cui il nome della via, della Fluviale, una delle due compagnie di “barche” del posto, si superava la casa dove si vendeva la legna e si era sull’argine dell’Anconetta.

Sotto, sulla sinistra, la darsena dove attraccavano i vaporetti che tiravano sul lago Inferiore due o tre barconi di “terra crea” (argilla) scavata a Formigosa.

Lì gli operai sbadilavano sui tapis-roulant i blocchi di terra che cadevano nei vagoncini della decauville della ceramica i cui binari uscivano proprio dal varco utilizzato ora dal parcheggio Anconetta. Era anche il regno delle “bügandere”, le lavandaie che stendevano la bügada e soprattutto le enormi lenzuola dell’epoca sui prati sottostanti.

A destra c’era il campo da calcio della Nuova Genova la sola squadra di quartiere a farsi una certa fama.

Il campo l’aveva fatto costruire mio nonno Giovanni Gradella che era il presidente della squadra nata nel caffè “Nuova Genova” di Gioanin Mezzadri, sito in piazza Fondamenta, e che aveva la sede nell’osteria del Pavone sull’angolo del vicolo del gas. Una volta c’era venuta a giocare parte della squadra della Lazio di cui mio zio Uber, figlio di Giovanni e nato in vicolo Secondo di via Trieste era, a 18 anni, portiere titolare, convocato regolarmente dal commissario tecnico Vittorio Pozzo agli allenamenti della nazionale. Ma poi tutto era saltato per via della guerra, quella del 1940. Era ovviamente stato un evento importante che aveva visto accorrere tifosi di calcio da tutta la città.

Si procedeva poi sull’alto dell’argine che aveva sulla destra il campo essiccatoio della ceramica. A volte, ma rare, andavamo lungo il bastione (al müraiun) che chiudeva la darsena e che in fondo aveva una bella gru, mai usata e smontata vergine, dal quale “müraiun” si tuffavano i ragazzi di norma a “pumpiera” cioè di culo.

Il sentiero proseguiva lasciandosi sulla sinistra la “Ca dal Boia” ma in realtà solo casetta doganale.

Si andava avanti tenendo sempre a sinistra la muraglia dell’ex campo di concentramento dei nostri soldati catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre. Finita la muraglia si scendeva ai piedi del bastione regno di serpi e per questo poco battuto se si escludeva qualche coraggioso e goloso pescatore.

Ed ecco, passato lo stabilimento idrovoro, aprirsi da un lato la larga distesa del lago Inferiore e sulla destra la valletta dove lo zuccherificio scaricava le sue acque di lavorazione. Era coperta di giovani pioppi e invasa dai vapori delle acque calde dello zuccherificio per cui era facile prenderla per la giungla invasa dai giapponesi dei film visti al Bios (vecchio cinema di via Magnani-Calvi) e precipitarsi dentro il verde labirinto a guerreggiare in due squadre: i buoni americani e gli odiosi e carogne giapponesi.

Si emergeva verso la ferrovia e varcato il sottopasso della Monselice eccoci finalmente al nostro amato Bosco Virgiliano. Ci si stava un paio d’ore giocando alla guerra e disturbando qualche coppia di morosi che, al contrario di noi, arrivava lì per stare un po’ tranquilla.

A volte si arrivava allo stradone che aveva per sfondo il forte di Pietole e al “Miarè” (Migliaretto) che funzionava ancora come aeroporto turistico ma con tanto di hangar e manichetta del vento. Alla fine si tornava verso le cinque, allegri e festanti disposti a fare tranquillamente i compiti per l’indomani. Sono passato qualche giorno fa e ho trovato il culmine dell’argine asfaltato: era l’ultimo residuo delle nostre spedizioni al Bosco. Peccato.

Requiem per un sentiero.

 

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