Teatri chiusi per Covid, e il tenore mantovano di fama internazionale torna al chiosco per aiutare la famiglia

Cortellazzi ha cantato tra gli altri all’Arena, alla Fenice, alla Scala. Il Covid-19 gli ha portato via l'amico e manager e ha messo in stand by la sua carriera. «Aspetto la musica ma sono felice di essere tornato a Mantova, dove ho ritrovato vecchi amici e il contatto con le persone»

Teatri chiusi per Covid, e il tenore torna a Mantova per aiutare la famiglia al chiosco

MANTOVA. Una carriera di successo che lo ha visto protagonista nei più importanti teatri del mondo. Fino allo scoppio della pandemia e al fermo totale imposto al mondo della musica e dello spettacolo. Da qui la decisione, in attesa di tornare a calcare i palcoscenici di tutto il globo, di rientrare nella sua città e aiutare la madre nel chiosco di famiglia. La storia è quella di Leonardo Cortellazzi, tenore classe 1980 nato e cresciuto a Mantova. Non è raro vederlo in queste giornate estive nelle vesti di collaboratore speciale di mamma Cristiana al chiosco Graffer, gestito dalla famiglia sul Te da 33 anni.



«Un’esperienza meravigliosa – racconta con tanto di grembiule mentre prepara caffè – Sono felice di essere tornato nella mia città natale. Dando una mano come cameriere posso interfacciarmi con le persone, ritrovare vecchi amici, parlare con clienti che non vedevo da anni. Ho riscoperto un certo contatto umano. Sono felice che l’attività di famiglia abbia superato indenne la crisi legata al Covid».

La sua passione per la musica nasce da giovanissimo. Prima l’amore per il rock, i corsi all’Alfabetamusica in città e il primo gruppo, i Frenesia. Poi l’incontro con il flautista Roberto Fabiano e l’ingresso nel coro Pomponazzo a 18 anni. «Lì ho scoperto la mia predisposizione per il canto lirico», racconta.

Fabiano lo indirizza al marchese Lelio Capiluppi, che diventa suo insegnante a Parma. «Fino a 25 anni le lezioni di canto e i miei studi universitari di marketing hanno convissuto serenamente. Fino a quando vengo notato in un concorso e chiamato per un’audizione all’Accademia della Scala». A capire le sue potenzialità è Luca Targetti, direttore casting della Scala. Targetti, che diverrà poi suo agente, è scomparso a marzo per il Covid. «Mi è crollato il mondo addosso, per me era una colonna. Uno shock, era uno dei migliori amici». L’audizione rappresenta la svolta della carriera.



«Sul palco mi sono trovato a mio agio a dispetto dell’emozione. Venni preso e mi dissero che avrei cominciato da lì a un mese. E io che fino a qualche giorno prima quasi non sapevo dove fosse la Scala». Cortellazzi lascia Cappelletta, dove si era trasferito, e raggiunge Milano per frequentare l’Accademia. Due anni nei quali viene affiancato da Paola, sua tutor, che poi diventerà sua moglie. La sua carriera ben presto decolla. Difficile sintetizzare in poche righe le esperienze provate nei teatri di tutto il mondo.

«Ricordo per il coinvolgimento emotivo il Don Giovanni all’Arena di Verona nel 2015 con la messa in scena di Zeffirelli. Con la Scala penso a Fin de partie di Kurtag, progetto portato in tutto il mondo nel quale ero l’unico italiano in scena. E poi l’Anna Bolena di Donizetti all’Opera House di Sydney o le tante Traviate alla Fenice di Venezia, dove il direttore artistico è il mantovano Ortombina».

Ad inizio 2020 ecco l’esplosione dell’emergenza Covid. I teatri chiudono, il mondo dello spettacolo e della musica si ferma, i contratti vengono risolti. «A settembre riprenderò ma la programmazione è sconvolta. Il nostro settore è pieno di Partite Iva che si sono trovate a reddito zero all’improvviso. E non parlo solo di cantanti ma di tanti collaboratori esterni come maschere, sarte, truccatori, addetti delle pulizie». Un mondo in difficoltà che dovrebbe trovare maggiore sostegno dalle istituzioni. «La lirica è percepita come qualcosa di accessorio e costoso, ma molti studi dimostrano che porta un indotto enorme alle città. I teatri attirano turismo, danno gioia e intrattenimento, sono fondamentali nella crescita culturale dei cittadini. Una città come Mantova dovrebbe investire sull’opera. Abbiamo capisaldi come Monteverdi, Rigoletto, le Quattro Stagioni. Tre punti fermi sui quali si potrebbe costruire ogni anno una settimana della musica nei luoghi simbolo della città, coinvolgendo grandi nomi e talenti locali. Un progetto al quale lavorare con lungimiranza con un team di esperti. E poi dovremmo far innamorare dell’opera i più piccoli. Molte città vicine, penso ad esempio a Parma, hanno iniziative in questo senso. Le nuove generazioni saranno il pubblico di domani». 
 

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