Conciliazione casa-lavoro: a Mantova lo scorso anno 487 dimissioni

Le donne le più penalizzate: in 286 si sono licenziate per seguire i figli. Gli uomini se ne vanno soprattutto per passare a un’altra azienda

MANTOVA. Conciliare lavoro e famiglia è sempre più difficile, tant’è che l’anno scorso in 487 tra padri e madri sono stati costretti a rinunciare volontariamente al posto in azienda o in ufficio. E le più penalizzate, come sempre, sono state le donne. Secondo i dati forniti dall’Ispettorato del lavoro di Mantova, tra i 487 dimissionari, ben 286 sono lavoratrici e 201 lavoratori.

E anche le motivazioni che sottendono alla richiesta di auto-licenziamento sono a sfavore del mondo in rosa. Su un totale complessivo di 565 motivi addotti, quello della difficoltà a conciliare il lavoro con la cura di figli per ragioni legate ai servizi di cura hanno costretto a rassegnare le dimissioni ben 115 donne contro appena 6 uomini.

Anche la motivazione legata alla difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli per ragioni legate all’azienda di appartenenza penalizza le donne: in questo caso sono state 76 le lavoratrici che hanno spontaneamente lasciato il lavoro e 29 gli uomini. Se, invece, si va a vedere alla voce «recesso per passaggio ad altra azienda» si vede che gli uomini sono 166 e le donne 111. Come dire, quando si chiude una porta, non sempre per il genere femminile si apre un portone.

«Ancora una volta – commenta Donata Negrini della segreteria provinciale Cgil – i dati dimostrano che il cambiamento culturale necessario per raggiungere una vera parità tra i generi rimane un obiettivo purtroppo molto lontano dalla realtà. Le difficoltà a conciliare la cura dei figli con le esigenze del lavoro gravano pesantemente sulle spalle delle donne, che spesso devono abbandonare il lavoro perché una condivisione equa dei carichi familiari fra uomini e donne non esiste ancora».

Differenze si notano anche relativamente al tipo di recesso: 267 donne e 190 uomini hanno presentato dimissioni volontarie, 13 donne e 9 uomini per giusta causa, 6 donne e 2 uomini hanno avuto la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Un ulteriore approfondimento dei dati evidenzia come il numero maggiore di dimissioni sia avvenuto nella fascia d’età compreso tra i 34 e i 44 anni (114 donne e 93 uomini). Ed è significativo anche il dato che indica come il maggior numero di dimissioni si sia verificato tra le donne (132) e gli uomini (130) con un’anzianità bassa di servizio, fino a tre anni. La maggior parte di donne e di uomini che hanno presentato le dimissioni sono di nazionalità italiana: 228 donne e 128 uomini, mentre tra gli stranieri sono di più gli uomini rispetto alle donne: 73 contro 58.

A far richiesta di dimissioni sono soprattutto operaie e operai, 310 in tutto, ma con una prevalenza degli uomini (168 contro 142 donne). Tra gli impiegati, invece, le donne superano di gran lunga gli uomini 133 a 30. Il settore produttivo dove si è verificato il maggior numero di «fughe» è il terziario con 336 dimissioni (230 presentate da donne e 106 da uomini); nell’industria sono stati, invece, di più gli uomini a licenziarsi (61 contro 41 donne) e anche nell’edilizia (23 uomini e 4 donne). In agricoltura si sono dimessi, invece, solo 8 uomini e nessuna donna. Per quanto riguarda la richiesta di part-time e flessibilità presentata dai dipendenti, su 487 domande alle aziende (282 di donne e 201 di uomini) ne sono state accettate quattro, tutte di donne.

«Difficilmente - sottolinea Rita Bonizzi della segreteria provinciale Cgil - le aziende concedono flessibilità organizzativa e part-time sul lavoro e, pertanto, le donne sono costrette a licenziarsi. Molti impiegati a casa in smart working sono donne. Anche da una prima analisi delle richieste fatte all’Inps per beneficiare dei congedi parentali e di quelli straordinari previsti dalla legge 104 durante la fase emergenziale Covid, si evidenzia che il lavoro di cura di figli e anziani resta a carico delle donne. Uno stereotipo di genere – conclude la sindacalista – ancora da superare».
 

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