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Mantova, quando Te Brunetti era il Tigrai e i bambini giocavano per strada

Un tuffo nel passato in un quartiere che vedeva tre classi sociali in poche vie. Ma i suoi abitanti erano uniti nonostante le differenze e riuscirono a legare anche con i frati 

MANTOVA. Oggi via Visi e via Donati sono quasi due arterie parallele che provano a snellire la viabilità cittadina, un tempo erano strade note quasi esclusivamente agli abitanti di Te Brunetti. Del quale rappresentavano i lati lunghi, insieme alla ferrovia Mantova-Monselice, del rettangolo che delimitava il popoloso e popolare quartiere alle porte della città.

I lati corti invece erano la statale Cisa, certamente non così trafficata, e il Trincerone: che chiudeva l’area del cosiddetto Tigrai con le sue casette dedicate ai senzatetto inaugurate nel 1934 dal regime fascista. Oltre il Trincerone si vedeva in lontananza la sagoma dell’ospedale Carlo Poma ma per raggiungerlo o si attraversava la campagna oppure bisognava letteralmente fare il giro della città.


Sì, perché per andare in automobile in Te Brunetti l’unica strada era proprio via Visi: negli anni ’60 via Donati era sterrata e alla fine, senza uscita, mentre il sottopassaggio di viale Montello risale soltanto agli anni ’70.

Quando il piano urbano decise per lo smantellamento del villaggio del Tigrai: tranne una casa d’angolo, ancora presente, e lo storico asilo infantile Cesare Baistrocchi, primo luogo di incontro e socializzazione per i nativi del quartiere

UNA COMUNITà ricca di differenze...

Questa sorta di ghettizzazione, fuori dal perimetro del centro, ebbe come risultato una sorta di unione e condivisione da parte dei 4mila residenti. Malgrado esistessero differenze importanti dal punto di vista sociale, culturale ed economico. In Te Brunetti c’erano tre fasce ben distinte: quella del sottoproletariato, relativa agli abitanti del Tigrai, quella del proletariato rappresentata dalle famiglie dei molti operai che vivevano per lo più nei condomini dell’edilizia popolare, e quella di una piccolissima borghesia insediata (molto spesso in affitto) nelle villette private collocate nell’area a ridosso della statale Cisa.

Differenze che si traducevano spesso in contrasti politici, in tempi nei quali il conflitto tra sinistra e centro era molto accentuato: arrivando a sfociare inevitabilmente nella dicotomia tra laico (comunista o socialista) e credente (democristiani o destra).

...ma molto unita

Chi notava meno queste divisioni erano i bambini: i quali, di qualunque estrazione sociale fossero, si ritrovavano insieme nelle stesse classi dell’asilo e poi delle scuole elementari. I piccoli percepivano, soprattutto da indicazioni dei genitori o da qualche comportamento, da quale situazione potessero venire i loro coetanei.

Tuttavia stabilivano comunque un legame forte, che si consolidava sempre di più a poco a poco che si entrava nella adolescenza. E quando si usciva dal chiuso del quartiere questa sorta di solidarietà veniva ulteriormente accentuata: più o meno si era comunque tutti tigraiosi in trasferta. Indipendentemente dal lavoro, dalla situazione economica e dal credo politico e/o religioso del rispettivi genitori.

I FRATI CAPPUCCINI...

Non si può scrivere di Te Brunetti senza citare i frati Cappuccini di Trento, che dal 1955 fecero il loro ingresso nel quartiere costruendo una canonica con annessa cappella dove officiare la messa.

Più tardi edificarono la grande chiesa, che ancora oggi fa sfoggio di sé al centro dell’area residenziale, in puro e semplice stile francescano. I primi frati si trovarono di fronte una situazione molto complicata, ostacolati a più riprese dagli abitanti del Tigrai: contrari dal punto di vista della confessione e anche orgogliosi nel non voler farsi aiutare pur nelle loro ristrettezze e difficoltà.

...e la loro perseveranza

Qualcuno abbandonò e gettò la spugna ma alla lunga i frati, grazie al loro atteggiamento positivo e sempre dalla parte dell’uomo, riuscirono a farsi ben volere anche dagli atei o non frequentanti. La loro parrocchia era un punto di riferimento per tutti: con il cinema o con gli spettacoli nel nuovo teatro, con la sala giochi attrezzatissima dove ti davano pure i soldi per il flipper, il biliardino e altro.

Ma anche coinvolgendo e facendosi coinvolgere in qualsiasi iniziativa per la gente: come la tradizionale gita parrocchiale del 2 giugno in pullman e il rapporto aperto e costante con gli abitanti del quartiere. E quando riuscivano a conquistare anche solo un bambino o un adulto portandolo in chiesa, erano felici nell’aver raggiunto un piccolo, grande obiettivo.

UN QUARTIERE AUTOSUFFICIENTE

I tempi sono cambiati per tutti e qualsiasi confronto con oggi è improponibile. Di certo però Te Brunetti, nel suo isolamento, riuscì a lungo a mantenere una completa autosufficienza. I negozi c’erano tutti e pure più di uno a seconda della tipologia.

Negli anni Sessanta e Settanta, dislocate a seconda delle zone, c’erano almeno sei drogherie, tre latterie, altrettanti bar, due negozi di ortofrutta. Ma anche un fornaio, dal cui laboratorio usciva un fragrante odore di pane, una macelleria con carne di prima scelta, un barbiere, un piccolo caseificio con produzione di latticini e formaggi, addirittura un negozio di sartoria dove si acquistavano i grembiulini neri per la scuola e anche vestiti di tutte le taglie.

Non c’era bisogno della scritta pubblicitaria: erano aperti 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 perché i proprietari spesso abitavano lì vicino e anche alla domenica erano più che disponibili.

E lavoravano tutti, perché c’era l’intelligenza di sapersi caratterizzare ciascuno per una propria peculiarità. Parlando di latterie, la Emma era nota per i suoi ghiaccioli fatti in casa e ricchi di sciroppo, Alceo per le bombole di gas e le figurine Panini, Franco per i suoi biscottini a forma di animale. Ognuno una peculiarità in grado di attirare una porzione di clienti affezionati. Altri tempi.




 

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