Il mestiere dell’architetto: l’Occaso scalda le matricole di Mantova

Lezione introduttiva del neodirettore di Palazzo Ducale e prof del Politecnico. Da Vitruvio al Rinascimento: storia di un’arte sospesa tra matematica e filosofia

MANTOVA. La lesson zero, la lezione introduttiva per le nuove matricole del corso in Architectural design and history del Polo di Mantova del Politecnico di Milano, quest’anno è stata affidata al professor Stefano L’Occaso: docente del Politecnico e direttore dal novembre 2015 al gennaio 2019 del Polo Museale della Lombardia, recentemente è stato nominato direttore del complesso museale del palazzo Ducale di Mantova.

Il 30 settembre, alla sua prima uscita dalla reggia dei Gonzaga, ha tenuto la lezione davanti a una ventina di studenti. Lezione in lingua inglese. Titolo: The “Architect”: a brief survey from Antiquity to Renaissance. Ovvero, tradotto in senso ampio, il significato della parola “architetto”, la sua italianità, la sua quasi scomparsa nel Medioevo e la sua ripresa nel Rinascimento. Secondo Vitruvio, architetto e scrittore romano attivo nella seconda metà del I secolo a.C., un buon architetto doveva intendersi di geometria, di matematica, ma anche di lettere, storia, filosofia.

«Per Isidoro di Siviglia, autore di un’enciclopedia redatta agli inizi del VII secolo e di grande fortuna nel Medioevo, l’architetto è tanto progettista quanto muratore» ha detto L’Occaso. «Sopravvivono tratti della definizione data da Vitruvio – ha proseguito – ma in seguito le quotazioni dell’architetto scendono: il termine stesso “architetto” è raramente usato in quei secoli, sostituito perlopiù da artifex, operarius o caementarius». Così nel Trecento, chi attendeva alle opere di costruzione complesse non era un architetto (termine adoperato solo dal Quattrocento), bensì un ingeniarius: un ingegnere militare, un abile magister itinerante in grado di affrontare e risolvere problemi tecnici sia per attaccare una rocca sia per difenderla.

Una vera distinzione tra architetto e ingegnere si imporrà solo tra Cinque e Seicento. A cavallo tra XIV e XV secolo l’ingegnere Domenico da Firenze (che progettò per i Visconti il ponte-diga di Valeggio sul Mincio e che lavorò anche per i Gonzaga) morì davanti alle mura di Reggio Emilia, raggiunto da un colpo d’artiglieria, a conferma che questi ingegneri progettavano attacchi e difese con piena esperienza sul campo di battaglia. Il grosso delle costruzioni urbane era invece affidato ai maestri di pietra e del legname, tagliapietra e carpentieri, dato che si trattava di case di uno, massimo due piani.

Ma chi erano gli architetti celebri del Rinascimento e quale fu la loro formazione? Nel XV-XVI secolo non esiste una formazione da architetto e vi si accede da altre arti, principalmente da pittura e scultura, ma chi accede all’architettura da altre arti di solito poi preferisce farsi rappresentare come architetto, come Giulio Romano; ecco anche perché i grandi architetti del Rinascimento vengono da altri ranghi, che evidentemente costituiscono una base di partenza.

«Brunelleschi “nasce” come orefice e scultore, Raffaello come pittore, Michelangelo come pittore e scultore, Bramante come pittore, Serlio come pittore, Palladio come muratore e scalpellino, e via dicendo. Non mancano le eccezioni: Leon Battista Alberti, su tutte. Alberti giunse all’architettura non attraverso i consueti tirocini, bensì per lo studio delle arti liberali e i corsi universitari, che includevano il diritto civile e canonico, la filosofia, la letteratura, ma non certo l’architettura. Alberti arrivò al saper fare affiancando la curiosità personale a una formazione di carattere prettamente teorica» ha detto L’Occaso.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi