’Ndrangheta, la Cassazione conferma i verdetti

Condanna definitiva per la cosca di Grande Aracri. Cancellata un’assoluzione in Appello. Marchio torna alla sbarra

MANTOVA. Senza se e senza ma. Fine delle centinaia di ore di udienze e soprattutto fine dei “sì, però” sussurrati a mezza voce dai negazionisti sotterranei, maghi dei distinguo.

A mettere la parola fine sull’inchiesta Pesci è arrivata la sentenza della Corte di Cassazione, che ha fissato il punto cardine: la ‘ndrangheta a Mantova c’era e aveva messo solide radici. La seconda sezione penale della Suprema Corte dopo l’udienza di lunedì, ha confermato, nella sostanza, le condanne inflitte a otto dei nove imputati nel processo d’Appello del marzo dello scorso anno, e ha rispedito al mittente l’assoluzione di uno, Alfonso Bonaccio, che ora dovrà affrontare un nuovo processo.


Un giudizio senza più appello che oltre a costituire «una pietra miliare per la storia di Mantova», per citare le parole del procuratore generale di Brescia Carlo Nocerino, che 18 mesi fa era seduto al fianco dei Pm della Dda Claudia Moregola e Paolo Savio, segna due punti inequivocabili: per la prima volta Nicolino Grande Aracri viene condannato in un tribunale del Nord per associazione mafiosa, per cui ora è ufficialmente un boss, e per la prima volta è stata emessa una sentenza definitiva per ‘ndrangheta nel distretto di Brescia, che comprende appunto anche Mantova.

Qui la cosca ha corrotto il mercato edilizio ed economico sotto le direttive di Grande Aracri. Al di là di ogni dubbio.

Un punto di non ritorno che dà un senso compiuto al lavoro certosino dei carabinieri del nucleo investigativo di via Chiassi. Furono loro, nove anni fa, a mettere insieme i tasselli di un puzzle che nessuno avrebbe mai immaginato. E che tanti, in questi anni, hanno continuato a negare. Da allora sconcerto, incredulità, rabbia e tanta, troppa indifferenza. Ottusa cecità o subdola connivenza?

Rigettati i ricorsi di Grande Aracri, condannato a 20 anni e 8 mesi di reclusione, del suo luogotenente Antonio Rocca, muratore di Pietole, che dovrà scontare 17 anni e 8 mesi, di sua moglie Deanna Bignardi, condannata a 5 anni, 4 mesi e 20 giorni per concorso in detenzione di arma da fuoco e riciclaggio, del loro figlio Salvatore, (1 anno e 20 giorni) e del fabbro Giuseppe Loprete, “uomo di pace e verità” (16 anni e 6 mesi).

Accolti i ricorsi della Procura contro la sentenza di assoluzione di Bonaccio, per cui l’Appello aveva annullato la condanna a 10 anni per associazione mafiosa incassata nel primo grado. Il puledro del boss tornerà alla sbarra davanti ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Brescia.

Stesso iter per Giacomo Marchio, l’imprenditore scivolato nel corso del processo dal ruolo di vittima delle estorsioni a quello di imputato, poi condannato a 2 anni di reclusione. La Cassazione ritiene errata l’esclusione dell’aggravante mafiosa, cancellata dalla sentenza d’Appello. Un altro punto segnato dalla Dda, che l’anno scorso, in considerazione «della sua pericolosità sociale» e nella convinzione dei suoi legami con la cosca, gli ha confiscato un patrimonio di 5 milioni di euro.

Una speranza invece resta per Danilo e Ennio Silipo, per cui la Suprema Corte ha annullato la condanna a 3 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso: l’estorsione resta, ma il nuovo processo dovrà valutare l’esistenza dell’aggravante.

Confermate le condanne degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato: Francesco Lamanna, Alfonso Martino e i due che hanno scelto la strada della collaborazione, Paolo Signifredi e Salvatore Muto.




 

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