Mantova, ecco chi sono i “cacciatori” di Covid: da 8 mesi scovano i positivi

Due medici e 8 assistenti sanitari: intere giornate al telefono per il contact tracing. Hanno messo in quarantena 20mila persone. «A volte si rifiutano e ci insultano»

MANTOVA. Da quasi 8 mesi vanno a caccia di Covid. In ogni angolo della provincia: in abitazioni, aziende, scuole, locali pubblici. A loro basta un nominativo e un referto di positività. A quel punto si attaccano al telefono e non lo mollano fino a quando non hanno completato l’inchiesta, il contact tracing. A volte la ricerca si esaurisce in una-due ore, in certi casi si allunga alle 6-8 ore.

Una marea di telefonate per ricostruire tutti gli spostamenti del contagiato, rintracciare i contatti stretti e disporre l’isolamento domiciliare.



Sono i “cacciatori” di coronavirus, otto assistenti sanitari e due dirigenti medici del nucleo Malattie Infettive dell’Ats Val Padana incaricati di svolgere le inchieste epidemiologiche su Covid-19 nel Mantovano. Lavorano sei giorni su sette (7 su 7, compresi i festivi, durante il picco della pandemia della scorsa primavera, ndr) sotto il coordinamento dei due medici, il direttore dell’unità operativa complessa Prevenzione nelle Comunità dell’Ats Val Padana, Antonio Piro, e il responsabile dell’unità operativa semplice Prevenzione delle Malattie Infettive dell’Ats sul territorio di Mantova, Carlo Rossi.



In questi 8 mesi hanno scovato più di 4mila positivi al coronavirus e messo in isolamento domiciliare circa 20mila persone. Una media di 5 contatti stretti a contagiato. «Passiamo ore e ore al telefono – racconta uno di loro – per ricostruire i contatti e gli spostamenti dei positivi attraverso le informazioni che otteniamo da loro stessi, dai famigliari, dalle aziende, dalle scuole, dai medici di medicina generale e dai pediatri. E non molliamo fino a quando non abbiamo un quadro completo e preciso». Il pool non fa solo contact tracing, ma è anche punto di riferimento del territorio nei rapporti con sindaci, strutture sanitarie e assistenziali e punto informativo per la popolazione.

Il dottor Antonio Piro e il dottor Carlo Rossi


Dottor Rossi, in questi giorni l’Oms ha definito in circa 5mila positivi giornalieri la fase di contenimento, ovvero la soglia oltre la quale diventa difficile fare il tracciamento dei contatti. Nel Mantovano qual è questa soglia?

«Mediamente ogni giorno il nostro nucleo gestisce dai dieci ai dodici casi. Certo se i numeri dovessero alzarsi e superare i venti al giorno allora il discorso cambia. C’è però sempre da considerare se è un nuovo positivo, per il quale l’indagine parte da zero, oppure se è un contatto di caso già accertato».



Un caso di contact tracing standard?

«Noi riceviamo i nominativi dei positivi da due canali, i laboratori che fanno i tamponi o dai medici di medicina generale che fanno la segnalazione. L’aggiornamento è continuo. A quel punto scatta la chiamata diretta alla persona o se non è contattabile a un suo famigliare e si cerca di individuare i contatti stretti nelle 48-72 ore precedenti l’insorgenza dei sintomi o se asintomatico dalla data del tampone».


Chi sono i contatti stretti?

«I contatti stretti sono individuati sulla base di requisiti ministeriali. Stiamo parlando di famigliari, conviventi e non conviventi. In quest’ultimo caso si valutano le ore trascorse insieme e la distanza tra soggetti. Per loro vale la regola dell’isolamento domiciliare di 14 giorni. Durante questo periodo il soggetto viene monitorato dal medico di medicina generale. Se manifesta sintomi il medico dispone il tampone. Se non ci sono sintomi al termine dei 14 giorni viene eseguito comunque un tampone e se è negativo la quarantena finisce. Il soggetto positivo invece potrà lasciare l’isolamento solo dopo il doppio tampone negativo a distanza di 24 ore uno dall’altro».

Le difficoltà maggiori che incontrate durante il contact tracing?

«Le principali sono la barriera linguistica, il soggetto che non risponde subito alla nostra chiamata oppure un numero di telefono sbagliato. A quel punto scatta l’indagine anche per capire dove trovare il soggetto e alla fine un numero di telefono salta sempre fuori o grazie al medico di base o tramite le schede vaccinali. Un tasto dolente è quello delle aggressioni verbali e del nervosismo di certi contatti stretti che non accettano l’isolamento. La necessità di rimanere in casa 14 giorni non viene subito recepita e capita di trovarci di fronte a reazioni scomposte. Alla fine però grazie a tecniche di convincimento riusciamo a far capire che la procedura è quella e che è l’unica per garantire sicurezza a sè e agli altri».



Caso tipico di studente positivo.

«La prima cosa che facciamo è la telefonata alla famiglia per far scattare l’isolamento domiciliare. Chiediamo quindi il numero della scuola per avere l’elenco dei compagni di classe che sono i primi ad andare in quarantena. Li contattiamo uno a uno e diamo disposizioni in merito. Gli insegnanti non vanno subito in isolamento perché viene valutato caso per caso. In genere non vanno in quarantena perché facciamo subito il tampone di screening entro poche ore. Dall’inizio dell’anno scolastico abbiamo avuto casi di positività in 15 di 13 scuole e messo in quarantena 270 tra alunni e studenti. Attualmente di questi ne è rientrato in classe un centinaio».

Caso di lavoratore positivo.

«Chiediamo subito dove lavora, l’ultima volta che è andato al lavoro e se e quando sono comparsi i sintomi. Contattiamo l’azienda e il medico competente al quale chiediamo l’elenco dei contatti stretti lavorativi, sempre sulla base dei requisiti ministeriali. Indaghiamo anche su mensa e spogliatoi. Al medico competente chiediamo una relazione e poi viene disposto l’isolamento dei contatti stretti. Questo non vuol dire che va in quarantena tutta l’azienda, ma solo chi lavora a contatto con il positivo».



Caso di giocatore di una squadra di calcio.

«Prima di tutto c’è da dire che il positivo di una squadra di calcio che ha giocato una partita non comporta l’isolamento dei giocatori della squadra avversaria. Questo in linea di principio perché nei 90 minuti trascorsi in campo non si diventa per forza contatto stretto. Anche qui però bisogna valutare, tanto per fare un esempio, se per caso in quella partita il soggetto positivo ha ricevuto una marcatura molto stretta da parte dell’avversario. Importante è indagare anche cosa è successo al termine della partita perché è già accaduto un caso in cui al termine i giocatori si sono ritrovati a mangiare tutti insieme. Nell’ambito della stessa squadra ogni società deve aver predisposto un protocollo di sicurezza efficace, considerando anche l’accesso agli spogliatoi».

Come procedete in caso di focolaio?

«Attualmente stiamo gestendo una quindicina di focolai famigliari e questa è anche più o meno la media settimanale. Quelli della scorsa estate erano prevalentemente focolai lavorativi in aziende della lavorazione della carne e agricole. Quindici in tutto quelle coinvolte per un centinaio di positivi. In ambito lavorativo quando si registra un caso di positività la prassi è quella di estendere il tampone a tutta l’azienda o a tutto il reparto, dipende come è strutturata l’attività lavorativa. Perché a tutti e a tappeto? Perché è già successo che ci fossero positivi latenti scoperti con uno screening a largo raggio. Un altro ambito di indagine è quello degli spostamenti tra aziende e i viaggi all’estero».



Durante le vostre inchieste epidemiologiche avete incontrato situazioni di fragilità?

«Sì, ed è entrato in campo il nostro dipartimento sociale che si attiva per rendere più agevole la quarantena. Se una persona è indigente o non ha l’abitazione adeguata per l’isolamento il nostro servizio si raccorda con i Comuni e viene trovata una soluzione per evitare il sovraffollamento famigliare».




 

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