Crac della Marmirolo, «Parte dei soldi finiti su conti esteri»

La rivelazione in una serie di intercettazioni telefoniche. La società sarebbe stata usata per riciclare denaro sporco

MANTOVA. Le infiltrazioni della ’Ndrangheta nel Trentino, messe in luce dalla recente operazione «Perfido» dei carabinieri che ha visto coinvolte 24 persone tra arrestate e indagate, avevano un’origine mantovana. È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta avviata nel 2017.

Qui si legge che il primo caso documentato di infiltrazione della criminalità organizzata calabrese nelle imprese trentine si riferisce al crac da 9,5 milioni di euro della Marmirolo porfidi, una società con sede a Gardolo (Trento) e cava a Pozzolo costituita nei primi anni 2000 e poi dichiarata fallita (la procedura si è chiusa nel 2018). Presidente della società era Giuseppe Battaglia, un imprenditore trentino, originario della Calabria, attivo nel settore dei porfidi, finito in manette nell’ambito dell’operazione Perfido.

Il primo a denunciare rapporti tra la Marmirolo porfidi e la ’ndrangheta fu, qualche anno fa, un imprenditore pochi giorni fa rieletto alla presidenza del settore autotrasporti di Confindustria Trento, Andrea Gottardi. Nell’inchiesta Perfido, alla fine, è emerso che la Marmirolo porfidi veniva utilizzata dalle cosche per riciclare denaro sporco.

Addirittura, da alcune intercettazioni telefoniche contenute nell’ordinanza di custodia cautelare emergerebbe che parte dei 9,5 milioni di euro del crac della società, frutto di riciclaggio, sia finita all’estero. Ad accusare il presidente Battaglia, già condannato per la bancarotta della Marmirolo, sarebbero due pezzi grossi della cosca trentina, Domenico Ambrogio e Innocenzo Macheda (quest’ultimo ritenuto il capo).

In particolare, Ambrogio avrebbe detto che Battaglia si sarebbe rifiutato di fornire fatture false per scagionare il suo socio in affari Antonio Muto (solo omonimo dell’imprenditore mantovano), facendolo così condannare a sei anni di reclusione.

In un’altra conversazione telefonica altri tre personaggi coinvolti nell’inchiesta parlerebbero apertamente dei soldi che avrebbero buttato nella Marmirolo, concludendo che Battaglia li avrebbe nascosti in parte su conti esteri.
 

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