Da Casalmoro il mais nostrano per la birra Nastro Azzurro

L’azienda Pedrazzoli ha prodotto la specialità autoctona scelta per la bionda. E su ciascuna bottiglia il QR code racconterà al cliente l’origine del cereale 

CASALMORO. Dai campi di Casalmoro a una delle bionde più amate, la Nastro Azzurro della Peroni. Nel mezzo, un percorso tracciato, che grazie alla tecnologia non perde mai di vista la materia prima, in questo caso il mais nostrano. Dai campi alla tavola.

E tra i campi scelti dai mastri birrai, grazie a un progetto di filiera con la Sanfermese di Piubega, ci sono quelli dell’azienda agricola di Dino e Davide Pedrazzoli, associata alla Coldiretti.


In primavera, ad aprile, hanno seminato per la prima volta, su una quindicina di ettari, questa varietà di mais autoctono, erede di diverse varietà antiche. Un cereale pregiato, selezionato per Nastro Azzurro. Attorno all’ingrediente, Peroni ha costruito un progetto di comunicazione e informazione del consumatore. Dopo aver lanciato un’edizione speciale della birra, la Nastro Azzurro Mais nostrano – qualità certificata, che sarà venduta in esclusiva in una nota catena di supermercati, ha realizzato un’etichetta che consente di tracciare l’intera catena di produzione.

Basterà scannerizzare con la fotocamera del telefonino il QR code applicato sul retro della bottiglia per accedere alle informazioni sul mais, dalla coltivazione ai passaggi successivi, fino al frigorifero di casa: chi acquisterà la birra avrà un filo diretto con chi ha coltivato il cereale.

In Lombardia sono circa duecento gli ettari a mais nostrano, e quindici di questi sono nell’azienda dei Pedrazzoli, che a questa varietà sono arrivati per caso.

«Il tecnico della Sanfermese ci ha suggerito di sperimentare le nuovi sementi. Già quattro anni fa avevamo provato a seminare un mais rosso – racconta Davide – ma era una varietà meno evoluta e non ci aveva convinto. Quest’anno, invece, è andata molto bene».

Seminato ad aprile e raccolto a settembre, ha avuto una resa di 150 quintali per ettaro, con un prodotto di ottima qualità. «Le sementi si sono rivelate forti e resistenti – prosegue il padre Dino – con pannocchie regolari, molto belle e molto rosse, senza tossine, e campi uniformi». Anche il maltempo, soprattutto il vento molto forte che si è abbattuto su quest’area della provincia, ha risparmiato il raccolto. Un po’ è stata fortuna, ma la salute delle piante e la loro morfologia hanno fatto il resto: per esempio l’altezza delle piante, più basse di quelle del mais da trinciato, le rende meno facili da “allettare”.

Il mais nostrano si è rivelato un buon investimento. Dopo la trebbiatura, a opera di contoterzisti, le pannocchie vengono portate alle Sanfermese, che per questo genere di prodotto riconosce un premio di 1, 5 euro al quintale. E anche il trasporto è a loro carico. Nonostante i vantaggi, la superficie, però, non aumenterà, almeno per il momento. Anche perché c’è un altro ramo aziendale che richiede energie e investimenti: una trentina di ettari di ortaggi. Principalmente patate, zucche, cavoli e altre crucifere che prendono la via dei negozi del nord Italia, attraverso i mercati ortofrutticoli, e di una catena di supermercati. «Li serviamo da 55 anni – racconta Dino – avevo 18 anni quando consegnavo la verdura. Negli anni, gli altri fornitori sono cambiati ma noi siamo sempre rimasti. Portiamo la verdure al centro di smistamento, che poi rifornisce una settantina di punti vendita tra le province di Brescia, Verona e Mantova». –


 

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