I ristoratori di Mantova: solo pranzi e delivery è come chiudere

I gestori dei locali del centro: tra turisti zero e smartworking, di giorno qui non si lavora. Gli albergatori: arrivano tante disdette, è come se ci avessero chiusi

MANTOVA. «Per noi equivale a una chiusura»: le parole di Alessandra Camatti, titolare e cuoca del ristorante Cento Rampini in piazza Erbe, rendono bene l’idea della bomba che l’ultimo dpcm del governo ha sganciato su chi di ristorazione vive e mantiene intere famiglie. Di cosa significhi aprire solo a pranzo e ripiegare su delivery e asporto per le cene, in una città piccola come Mantova dove i tavoli si riempiono di norma la sera già in periodi normali e tanto più ora che la seconda ondata Covid ha azzerato il turismo e ridotto al lumicino i pranzi di lavoro. Lei da oggi inizierà con l’asporto serale e «c’è solo da sperare che le misure annunciate dal governo siano all’altezza del danno che tutto ciò ci provoca». E sì perché anche se gli incassi mancano, affitti, bollette e stipendi al personale restano.

«Aprire solo pranzo non conviene - fa eco Maurizio Lazzati del Giallo Zucca in corte dei Sogliari - tra smart working e pochi turisti non ci stiamo dentro. Il 90% del mio fatturato è alla sera, mi sto organizzando con le consegne a domicilio, ma l’avevamo già provato durante il lockdown con risultati scarsi. La gente qui non è abituata». Quello che gli fa rabbia è che se «fino a maggio nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo, ora lo sapevano e non si sono organizzati per tempo, ora non sono più giustificabili» e intanto «noi però abbiamo investito in dispositivi e sicurezza».

Come chiarisce Vanni Righi dello Scalco Grasso di via Trieste «nessuno di noi è un negazionista, il problema pandemia c’è ed è grave e ciascuno deve fare la sua parte» e se domani manifesteranno in piazza «è per chiedere che ci siano misure di sostegno vere, non sconti sulle tasse: il governo ha avuto sette mesi per trovarle e non l’ha fatto. Noi di soldi non ne abbiamo più: i risparmi li abbiamo già usati anche per anticipare la cassa integrazione che non arrivava ai nostri dipendenti». Lui il delivery come l’asporto in realtà non li ha mai abbandonati neppure dopo il lockdown: «È un’idea di ristorazione completa che voglio portare avanti, ma le marginalità sono decisamente ridotte, è più un modo per rimanere in contatto con i nostri clienti oltre che per rientrare un po’ delle spese».

Da La Cucina al Forte Ovunque: come loro anche altri si stanno riattrezzando per le consegne a domicilio. «Ma non sono sufficienti per far fronte a tutte le spese - ribadisce Massimo Bitti del Grifone Bianco di piazza Erbe - lo si fa per stare vicino ai clienti. Tanti di noi non avranno la forza di reggere alla scelta del governo di costringere un intero settore a rinunciare per un periodo di tempo probabilmente indeterminato a ben più del 50% del proprio fatturato. Dopo la fine del lockdown la gran parte degli imprenditori del nostro settore ha riaperto investendo in procedure, protocolli e strumentazioni. Allo stesso modo abbiamo fatto per i nostri dipendenti: test di controllo, precauzioni, massima attenzione nella vita quotidiana fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non è stato sufficiente. C’è tanta amarezza, ma come sempre faremo la nostra parte pensando a tutelare i nostri collaboratori».

GLI ALBERGATORI

Ufficialmente gli hotel possono restare aperti; il problema è che «ci hanno tolto la clientela con la raccomandazione a non muoversi da casa» afferma senza mezzi termini Gianluca Bianchi, presidente di Federalberghi Mantova aderente a Confcommercio. La categoria è arrabbiata: «Siamo stati attenti a tutte le misure per prevenire i contagi e poi ci pagano così. Chiudono le nostre strutture e lasciano gli assembramenti sui mezzi pubblici. Incredibile». Una categoria sotto assedio: «Ormai – dice Bianchi – la gente sta annullando tutte le prenotazioni e ci restano solo i clienti che sono qui per motivi di lavoro, ma è ben poca cosa. Rispetto all’anno scorso abbiamo avuto una riduzione di fatturato tra il 70 e il 90%. Urgono aiuti, anche da parte delle autorità comunali».

Guido Castiglioni è il titolare di Palazzo Castiglioni, la struttura ricettiva di lusso in un edificio trecentesco di piazza Sordello. «Stanno fioccando le disdette sulle poche prenotazioni di novembre - afferma - Hanno tenuto i musei aperti, ma cosa conta se dopo le 18 tutti i locali sono chiusi? La situazione è preoccupante tanto che è come se avessero chiuso anche gli alberghi». Anche Castiglioni invoca aiuti pubblici, «ma per come è andata la prima volta, non è incoraggiante. Speriamo che adesso gli indennizzi siano più veloci».

Mauro Serafini è il vicepresidente di Federalbeghi, oltre a gestire quattro hotel, il Cristallo a Cerese, il Dunant a Castiglione, il Broletto in città e uno in provincia di Verona: «Da quando è uscito il Dpcm – dice – abbiamo avuto parecchie disdette. Ormai i clienti stranieri non vengono più per non sottoporsi, al ritorno, a due settimane di quarantena. Eppure, abbiamo rispetto tutte le regole, cosa che invece il trasporto pubblico non ha fatto. Vogliono penalizzare una categoria che forse non si è fatta sentire abbastanza». Ai primi di novembre Serafini avrebbe dovuto aprire l’hotel Broletto, «e invece slitterà. Siamo molto preoccupati e ci sentiamo molto penalizzati».

Non va meglio a Gianmaria Sinisgalli di Villa dei Tigli, l’hotel di Rodigo con centro benessere annesso: «Avevamo appena investito molto per garantire tutte le misure di sicurezza e adesso ci costringono a chiudere. Anche da noi le prenotazioni sono state disdette. Noi siamo aperti perché io e mia moglie abitiamo lì, ma i nostri otto dipendenti sono già in cassa integrazione. E rispetto all’anno scorso abbiamo già perso il 60% del fatturato».

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