La protesta garbata di Ars a Mantova: «La chiusura dei teatri duro colpo alla comunità»

Federica Restani: l’azione del governo non sembra attribuire il giusto peso alla tenuta psicologica della gente

MANTOVA. Che si rimetta in pausa la vita sociale per appiattire la curva dei contagi, ci può stare, ma questa teoria difforme di chiusure è difficile da accettare, soprattutto perché «l’azione del governo non sembra attribuire il giusto peso alla tenuta psicologica della comunità».

A farsi interprete dello sconforto di chi vive di cultura e per il teatro è Federica Restani, cofondatrice di Ars Creazione e Spettacolo. La sua protesta per la chiusura delle sale è composta, garbata, anche se, guardando alla densità di altri luoghi e situazioni, Restani fatica a comprendere perché si sia deciso di spegnere proprio i teatri, «dove il rispetto delle norme anti-Covid è garantito in modo scrupoloso». Ingressi contingentati, mascherine, distanze in platea e sul palco. E così pure le scuole di teatro, come quella promossa da Ars, che aveva ripreso i corsi solo tre settimane fa, asciugando il numero di allievi da 22 a 10 per corso. Tutto bloccato un’altra volta.

Ma a Restani interessa di più proporre una lettura antropologica dei guasti collaterali che la nuova stretta normativa minaccia di causare. «Con i teatri, e anche i cinema, si chiudono i luoghi dove le persone hanno occasione di sentirsi parte di una collettività, dove si pensa e si metabolizzano le cose insieme – scandisce – non siamo solo un costrutto biologico colpito dal virus, o economico, colpito nel portafogli, siamo soprattutto esseri umani, bisognosi di un confronto che non può risolversi online. Abbiamo bisogno della presenza, anche al costo di stare a due metri di distanza».

Poi c’è il problema dei fondi, certo, delle date saltate e dei mancati introiti, ma è un problema relativo, nel senso che affligge il macro-settore dello spettacolo in misura diversa a seconda dei comparti: a stare peggio sono le scuole di danza, alle quali non è stato riconosciuto nulla. Alla voce “teatro”, è andata benino, alle realtà piccole come Ars, che, oltre alle risorse extra Fondo unico dello spettacolo, hanno potuto contare su bandi di Fondazione Cariplo e Regione. Chi ci ha perso, e pure tanto, sono stati gli attori dei teatri nazionali, che in larga parte hanno utilizzato i soldi ricevuti per pagare gli amministrativi.

Ecco, sul punto Restani ha una posizione che potrebbe attirarle le antipatie di alcuni colleghi: «Il sistema delle sovvenzioni va ripensato, devono essere concesse solo dietro l’impegno a offrire un servizio alla comunità, inventando qualcosa di diverso. Magari all’inizio ci arrabbieremmo, ma subito dopo ci ingegneremmo per essere utili in forme nuove». Offrendo agli spettatori uno specchio nel quale riflettersi e riflettere. Più profondo dello schermo opaco di questo tempo digitale.


 

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