La svolta della zootecnia mantovana Un libro per capire i cambiamenti

In pochi decenni, tra fine Ottocento e inizio Novecento, l’agricoltura mantovana, e in particolare la zootecnia, seppe passare da una produzione di sussistenza a una realtà all’avanguardia e dalle grandi potenzialità.

A indagare i presupposti e le dinamiche di questo sviluppo è il volume “La zootecnia bovina mantovana dall’unità d’Italia alla Grande Guerra” (pubblicato nella collana “Quaderni della Società storica viadanese”, 234 pagine). Lo firma Franco Guizzardi, ex direttore del Distretto veterinario di Viadana.


«La zootecnia – spiega l’autore – è stata la mia vita». Una ricerca condotta con puntualità scientifica: da dieci anni a riposo, Guizzardi ha infatti approfittato del pensionamento per laurearsi in Storia. Negli anni dell’Unità, si poteva stimare la presenza in provincia di circa novemila vacche da latte, allevate per l’autoconsumo e la produzione di letame. In cinquant’anni si arriverà a 90mila: nasceva così la grande zootecnia mantovana, destinata a diventare un’industria oggi tra le più rilevanti d’Italia. Cosa ha favorito tale sviluppo? Guizzardi lo ha studiato sulle fonti: i documenti della Camera di commercio e le copie del Bollettino quindicinale del Comizio agrario pubblicate tra il 1873 e il 1912, oggi conservati nella Teresiana di Mantova: «In quegli anni – afferma – il Comizio agrario e la Cattedra ambulante di agricoltura introdussero una serie di innovazioni, come le stazioni taurine di monta pubblica e l’utilizzo di una nuova razza più produttiva, col passaggio dalla vacca bianca mantovana alla pezzata rossa Simmenthal. Si sperimentarono inoltre nuovi trattamenti per il risanamento dalle malattie, e soprattutto si cambiò regime alimentare». Se la produzione foraggera occupava il 3 per cento dei campi disponibili, e nelle stalle venivano serviti cascami di potature, foglie e fieno, in pochi decenni si arrivò al 30-40 per cento. «Vennero ideati allora i silos». Da poche decine, il numero dei caseifici sparsi sul territorio arrivò a quasi seicento negli anni prebellici, ciascuno in grado di lavorare 70-80 quintali di latte al giorno. Per tutelare la produzione, nacquero i certificati di provenienza e le marchiature: «E il Grana Padano divenne apprezzato come il Parmigiano-Reggiano». Non mancarono le frodi, come la margarina e i derivati della noce di cocco venduti per burro. Quello di Guizzardi è un saggio di storia economica che potrà interessare gli appassionati della materia e non solo, in quanto sfoglia una pagina importante dell’economia mantovana. —

R.N.

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