Mantova: i primi cento anni dell’Istituto Pitentino, tra i suoi studenti Nuvolari e Colaninno

L’insegnante più famoso fu Ardigò prima della svolta positivista. Durante il periodo fascista in un’ala trovò posto il Convitto Mussolini 

MANTOVA. Il 14 dicembre 1920, giusto 100 anni fa, l’amministrazione comunale di Mantova deliberava la costruzione ex novo di un centro scolastico per le scuole tecniche maschili e femminili. L’atto di nascita di quello che diverrà il futuro Istituto commerciale Alberto Pitentino, dove generazioni di mantovani hanno studiato per conseguire il titolo di ragioniere e perito commerciale. Tra i tanti il più grande pilota del passato, del presente e del futuro, Tazio Nuvolari, “il mantovano volante” che nelle varie biografie è sempre descritto come “un ragazzo vivacissimo e poco incline allo studio”.

E poi Roberto Colaninno, presidente del Gruppo Piaggio, ma anche eroi della Prima guerra mondiale come la medaglia d’oro Angelo Parrilla. Il docente più famoso: Roberto Ardigò, prima della svolta positivista.


Già dal 1868, due anni dopo l’unione di Mantova al Regno d’Italia, in via Acerbi era attiva una scuola di agrimensura grazie a un cospicuo lascito di Felice Carpi, ricco commerciante ebreo.

Nel 1870 venne aggiunta la sezione commerciale, il primo germoglio del futuro Pitentino.

I locali erano ormai insufficienti – la storia si ripete anche nel XXI° secolo – e quindi ecco la necessità di un nuovo edificio scolastico.

Per la cronaca in via Acerbi, di fianco alla Casa del Mantegna, sono ancora ospitate le sedi staccate del Pitentino e del Liceo scientifico Belfiore.

L’area per il nuovo edificio venne individuata tra le odierne vie Nazario Sauro e Giuseppina Rippa.

Nel Catasto Teresiano del 1777 e in quello del Catasto Lombardo-Veneto del 1875 risultava libera da fabbricati e coltivata a ortaglia.

Molto probabilmente è quella che oggi definiremmo l’azienda agraria annessa alla scuola di agrimensura che occupava anche i campi prospicienti il Famedio sino all’attuale viale Rimembranze.

Il primo progetto redatto in data 8 gennaio 1921 da Arnaldo Coggi, ingegnere capo dell’ufficio tecnico comunale, in realtà era l’evoluzione di un precedente disegno del 1914 e prevedeva una superficie di 7.323 metri quadrati, di cui 5.223 per i fabbricati e – saggezza dei bisnonni – i restanti per eventuali ampliamenti che infatti non mancheranno nei decenni successivi.

La spesa di 2. 432. 000 lire venne coperta dal Comune con un mutuo con la Cassa depositi e prestiti.

Nelle linee progettuali il Coggi scriveva: “L’edificio avrà le facciate decorate in modo conveniente per una città, ma senza lusso eccessivo”. Tradotto nella realizzazione così lo descrive Diletta Brutti, studentessa mantovana del Politecnico di Milano, in una tesina laboratoriale del 2015 sul fabbricato: “Lo stile architettonico è di ordine ionico imponente nel suo complesso e ancor oggi si presenta maestoso, con un massiccio basamento in pietra e grandi finestre scandite da imponenti paraste, con minimi accenni decorativi coerenti con lo stile del Regime, dati dai finti capitelli alle estremità superiori delle paraste”.

Nel 1923, costruito a tempo di record, funzionava già con 20 aule di circa 55 metri quadrati, di cui due da disegno, due uffici per il direttore e il segretario, sala professori, biblioteca, archivio, aula di scienze, 12 latrine per gli studenti e 2 per i docenti.

Ma il tempo delle scuole tecniche era scaduto.

Con il Regio decreto numero 1054 del 6 maggio 1923, la cosiddetta Riforma Gentile, sono sostituite dagli istituti tecnici inferiori.

Cambiano quindi sia la destinazione del nuovo edificio diventa un convitto per studenti a pagamento e la proprietà.

Il Comune nel 1924 inizia la trattativa con l’allora deputazione provinciale per la vendita. La burocrazia – male endemico – impone i suoi tempi e solo il 29 aprile 1933 è deliberata la cessione.

Già dal 1926 però l’intitolazione era decisa: Convitto provinciale fascista “Benito Mussolini” al posto di Palazzo Nazario Sauro come sino ad allora era noto.

Mentre nella vecchia sede di via Acerbi il Regio istituto Alberto Pitentino è trasformato in Regio istituto tecnico commerciale e per geometri con decreto di Vittorio Emanuele III° datato 31 agosto 1933 dalla Tenuta di San Rossore.

Nel luglio 1935 il Convitto Mussolini registra il primo ampliamento per il continuo aumentare degli iscritti. Scrive sempre la marmirolese ormai ingegnere Brutti: “Fortunatamente l’area annessa all’edificio consente la costruzione di due nuovi corpi di fabbrica aggiuntivi simmetrici, a prolungamento delle due ali di via Nazario Sauro e via Settimio Leoni, l’attuale via Rippa”.

Quel che sarà l’odierno fabbricato del Pitentino prende così la forma definitiva. E finalmente nell’ottobre 1940 l’istituto inferiore si insedia in un’ala del Convitto Mussolini: il Pitentino, trasloca da via Acerbi ed è nella nuova casa che non lascerà più. La guerra incombe e nel dicembre 1940 il rettore del Convitto chiede di poter allestire un ricovero antiaereo per gli studenti.

Nel giro di un mese sono approntati gli adattamenti anti-crollo.

I bombardamenti non risparmiano l’edificio, un’incursione aerea lo danneggia il 14 luglio 1944.

Finisce la guerra e nel 1946 altre modifiche per le tre scuole ospitate nell’edificio: il convitto divenuto “Virgilio”, la media Giulio Romano e l’istituto tecnico.

Poi nel 1949 altri interventi di ristrutturazione sempre per rendere possibile la coabitazione tra Pitentino e Liceo Belfiore. A cui ne seguiranno altri nel 1950, 1953, 1955 e 1957 sempre per le stesse esigenze: l’aumento degli studenti.

Siamo alla vigilia della scolarizzazione di massa e le superiori non accolgono più solo le classi sociali più elevate, c’è fame di aule.

Con la riforma Gelmini del 2008 il Pitentino ha cambiato denominazione, cancellato lo storico termine “commerciale” e rinominato Istituto tecnico economico non rilascia più il diploma di ragioniere, ma in amministrazione, finanza e marketing. Nuove impostazioni didattiche per far spazio alle tecnologie informatiche ed alle lingue straniere e continuare la sua storia centenaria nel cuore della città. 
 

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