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Addio alla “Dottora” Morandini, infettivologa dal cuore grande

Aveva contribuito a fondare il reparto all'ospedale Poma: «Una guerriera contro la sofferenza e i pregiudizi». Volontaria in Africa e per i malati di Aids, dirigeva il pattinaggio della San Lazzaro

Igor Cipollina
2 minuti di lettura

MANTOVA. Il nome di battaglia, la Dottora, se l’era guadagnato sul campo. «Per il suo modo di lottare quotidianamente contro le malattie e le sofferenze dei pazienti, ma anche contro l’indifferenza, le paure, i luoghi comuni, il senso di impotenza, i pregiudizi che spesso accompagnano le persone ammalate» ricorda il medico Paolo Costa, insieme al quale Barbara Morandini aveva contribuito alla nascita del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Poma, alla fine degli anni ’80 spazzati dall’Aids. Una guerriera dall’animo gentile, a fianco di associazioni come Alfaomega e Anlaids, volontaria in Africa pure, morta a 65 anni dopo una malattia lunga e ostinata.

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«Guerriera contro un tumore, guerriera contro il tuo fisico che diventava sempre più piccolo per il tuo animo e cuore forte, generoso e anche un po’ incazzato – la ricordano le figlie Giulia e Francesca Zanca, entrambe pattinatrici – Avevi energia per tutti e alla fine tu ne restavi quasi senza, ma in un modo e nell’altro ti rialzavi sempre». Medico, donna, mamma. Talmente battagliera, Barbara Morandini, da affrontare il tumore occhi negli occhi, senza cedere al vittimismo, pretendendo di non essere trattata da ammalata. E riuscendoci. Anche per questo la notizia della sua morte ha frastornato quanti hanno condiviso con lei passi, confidenze, progetti. E sono tanti.

«Sei stata una fantastica collega – le si rivolge Giorgio Perboni, anche lui infettivologo – oltre alla tua grande competenza e cultura medica, quello che faceva la differenza era la tua capacità di entrare in sintonia con i paziente, con la loro intima sofferenza, lì eri insuperabile, avevi un dono». «Le visite di Barbara e della sua famiglia, nonché dei suoi amici, alla Casa Alloggio erano sempre occasione per rimarcare l’impegno morale per un mondo diverso, più umano e fruibile a tutti – interviene Giovanni Malagutti dell’associazione di volontariato per la difesa dall’Aids Alafaomega – Lei aveva una parola per ogni ospite della Casa e specie per le festività faceva visite mirate ad augurare a tutti di non mollare».

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Preziosa l’immagine custodita dell’Associazione volontari Gighessa: «In Etiopia ti abbiamo visto curare a lume di candela, ballare con gli sciamani, condividere la tua professionalità con i colleghi locali usando un linguaggio colorito. Ti abbiamo voluto bene perché non era possibile fare diversamente». E quando la malattia l’aveva costretta a congedarsi dal suo ospedale, Barbarba Morandini aveva riversato impegno, passione e tenacia nel pattinaggio, con la società sportiva San Lazzaro. Ancora una volta «al servizio degli altri», testimonia Angelo Valenza.

«Ha un cuore enorme» scandiscono Stefano e Matteo Zanca, con pudore di marito e figlio. Incapaci di declinare il verbo al passato, perché è così che Barbara continuerà a vivere per loro e per quanti le vogliono bene. Al presente.

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