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Elettricista mantovano ostaggio nell’Etiopia in guerra

Ore d’ansia per un tecnico di Casaloldo al lavoro nell’impianto Calzedonia di Macallè: la zona bombardata e isolata. Interessato al caso di Cristiano Frati anche il deputato Dara: «Attenzione massima»

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CASALOLDO. Sono ore d’ansia per un elettricista di Casaloldo, bloccato nell’inferno del Tigray, regione nel nord dell’Etiopia che da una decina di giorni è ostaggio di un conflitto tra le forze regolari e i ribelli del fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf). Guerra civile e feroce, la cui eco giunge flebile nell’Europa che sta combattendo contro il virus. E questo silenzio preoccupa famiglie e affetti di chi adesso si trova intrappolato in quell’angolo di Africa. Così pure per Cristiano Frati, padre di quattro figli, dipendente dell’azienda Gr Impianti di Castiglione delle Stiviere, che pare fosse al lavoro nell’impianto costruito da Calzedonia a Macallè.

Del suo caso è stato interessato il deputato leghista Andrea Dara, che si è attivato con la Farnesina, ricevendone rassicurazioni circa l’impegno e la massima attenzione esercitati attraverso l’Unità di crisi e l’ambasciata ad Addis Abeba, al lavoro per mettersi in contatto con tutti gli italiani presenti nel paese. Impegno ostacolato dalla decisione del governo federale etiopico di sospendere la linea telefonica e la rete internet in Tigray, dopo aver bloccato le strade e chiuso lo spazio aereo. «Mi auguro che si faccia il possibile per aprire un corridoio umanitario e accelerare il rientro in patria di Cristiano Frati e di tutti i nostri connazionali» scandisce Dara, che continua a seguire la situazione.

La situazione è degenerata il 4 novembre, dopo un attacco dei ribelli contro una base militare: immediata la reazione del governo, che ha schierato l’esercito e dichiarato uno stato di emergenza di sei mesi nella regione del Tigray. Ma lo scontro politico va avanti da mesi, e nelle ultime settimane il Tplf aveva dichiarato di ritenere governo e parlamento illegittimi, chiedendo a più riprese la formazione di un governo transitorio.

Adesso sul terreno la situazione sta ulteriormente precipitando, con un crescendo di scontri terrestri e un rafforzamento dei bombardamenti aerei da parte delle forze governative. Ieri l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani ha sollecitato l’apertura di un’inchiesta per far luce sulle denunce di uccisioni di massa tra i civili: se le accuse si rivelassero fondate, si potrebbe profilare l’accusa di “crimini di guerra”.

A denunciare le stragi era stata Amnesty International, che, sulla base di testimonianze raccolte, e di immagini e video ottenuti, sostiene che nella notte del 9 novembre la città di Mai-kadra sia stata assaltata e il giorno dopo decine di corpi siano stati trovati ammassati ai bordi delle strade. Il paradosso? L’Etiopia è guidata da Abiy Ahmed, Premio Nobel della Pace 2019. 

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