Cristiano riabbraccia la famiglia: «Evacuati con 46 ore di viaggio, dormivamo per terra»

Il tecnico rientrato a Casaloldo dall’Etiopia: «Sentivamo vicino i colpi di contraerea. Eravamo in apprensione». Convoglio scortato da caschi blu ed esercito 

CASALOLDO. Cristiano Frati ha riabbracciato la sua famiglia, la moglie Bruna e i quattro figli che lo attendevano senza avere sue notizie certe dal 4 di novembre. Un rientro rocambolesco dall’Etiopia, dalla zona di Macallè, isolata dal resto del mondo dalla controffensiva del governo etiope tesa a stroncare i focolai di ribellione indipendentista nella regione.

Casaloldo, è tornato a casa il tecnico bloccato in Etiopia

Quasi tre giorni ininterrotti di viaggio su un convoglio umanitario scortato dalle Nazioni Unite prima e dall’esercito regolare etiope poi. Con poco cibo ed acqua, dormendo per terra sino a raggiungere la capitale africana, Addis Abeba, dal quale prendere un volo di linea e lasciarsi alle spalle finalmente settimane di apprensione e di ansia per i famigliari. E la mattina del 19 novembre alle 10 entrando in casa a Casaloldo, un abbraccio fra le lacrime di moglie e figli ha sciolto definitivamente gli ultimi residui dell’incubo.



Cristiano, tecnico elettricista dipendente della Gr di Castiglione delle Stiviere, era partito il 24 settembre scorso per svolgere servizi di manutenzione alla sede della Itaca Textile, azienda creata dal gruppo veronese Calzedonia nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale di Macallè. «Ero stato là 14 mesi dalla fine del 2017 all’ottobre del 2018 per la costruzione del capannone e degli impianti - spiega Frati -. La Gr aveva un contratto di manutenzione e così ero sceso da solo per eseguire il lavoro». Due anni fa, all’inaugurazione dello stabilimento, era presente anche il titolare, Federico Gazzurelli. «A Macallè ero ospite nella club house1 della Calzedonia. Quando il quattro novembre sono iniziati gli scontri, siamo restati di fatto isolati. Senza telefono, senza cellulari».

Le notizie arrivavano frammentarie. «All’inizio non capivamo bene costa stesse succedendo. Le informazioni locali erano spesso diametralmente opposte a quelle che riuscivamo ogni tanto a sentire dalle tv via satellite». Chiusi nel recinto protetto dello stabilimento, Cristiano ed altri 5 connazionali dipendenti della Calzedonia aspettavano.



«Il direttore dello stabilimento era l’unico che usciva, quando le condizioni lo permettevano, ogni due o tre giorni - prosegue il tecnico -. Ed è riuscito a prendere contatto con il contingente delle Nazioni Unite tramite un cellulare satellitare». L’allerta ha raggiunto la nostra ambasciata e quindi la Farnesina che ha attivato l’Unità di crisi. Il protocollo stabilito è quello di rimanere nello stabilimento sino a che le condizioni non siano pronte per l’evacuazione.

«Non sono mai uscito in quelle due settimane. Sapevo che eravamo al sicuro. Ma lunedì mattina ci siamo svegliati sentendo i colpi di contraerea. Lo stabilimento è vicino all’aeroporto, obiettivo che poteva essere oggetto di bombardamenti. Questo ha accelerato la nostra partenza». Il convoglio viene organizzato. Oltre ai 6 italiani dello stabilimento Calzedonia vi sono altri due connazionali in un’altra ditta e una ventina di famiglie residenti.



Vengono approntati quattro pullman da 60 posti, scortati dai caschi blu. «Siamo partiti lunedì pomeriggio. Al confine con la regione dell’Afar, controllata già dall’Etiopia, abbiamo trasbordato su altri pullman scortati questa volta dall’esercito di Addis Abeba». La condizione di pericolo dettata dalla guerra civile è alle spalle, ma il viaggio è appena agli inizi. «Il convoglio era lento per i controlli e i check point continui. È stato molto faticoso perché è durato 46 ore. Avevamo poco cibo e poca acqua da bere e durante le soste di notte dormivano per terra».

Alla fine, nel tardo pomeriggio di mercoledì viene raggiunta la capitale. «Alcuni si sono fermati in hotel per riposare. Noi che eravamo dello stabilimento di Calzedonia abbiamo invece proseguito direttamente col volo per l’Italia che era nel frattempo già stato prenotato dalla ditta». La mattina del 19 novembre l’atterraggio a Malpensa e poi in auto verso casa. «Se tornerò là? Può darsi, quando le condizioni lo permetteranno. Intanto faccio la quarantena. E soprattutto mi riposo e sto con la mia famiglia».

FELICITAZIONI E TELEFONATE. IL SINDACO: «INCUBO FINITO»

Un respiro di sollievo per come positivamente si è conclusa la vicenda degli italiani bloccati a Macallè, in Etiopia, per gli scontri fra milizie locali ed esercito di Addis Abeba. Ma anche un ringraziamento per come è stata gestita la delicata partita dell’evacuazione, avvenuta in sicurezza nonostante le forti tensioni gravanti sull’area. «Ho sentito la moglie di Cristiano la sera prima del suo arrivo - dice il sindaco Emma Raschi - c’era ancora un briciolo di preoccupazione e di incertezza, ma tutto si è risolto per il meglio. Siamo felici come amministrazione comunale per questo esito che è come la fine di un incubo. E sappiamo che molti concittadini che hanno seguito con apprensione la vicenda, sono stai altrettanto sollevato per sapere Cristiano in salvo che ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Tutti ringraziamo chi si è speso positivamente per questa vicenda, a partire dal titolare della ditta, alla Calzedonia».

Anche lo stesso titolare non nasconde la soddisfazione. «La vicenda è stata delicata, ma l’ufficio sicurezza di Calzedonia ha fatto un ottimo lavoro». Infine il parlamentare del territorio, Andrea Dara che in questi giorni ha seguito passo passo la intricata vicenda tenendo i contatti con la Farnesina. «La necessità di riservatezza ha condizionato quello che si poteva dire, ma ora siamo felici che si sia concluso tutto nel migliore dei modi». E la trepidazione di questi giorni si è trasformata a casa Frati in una lunga serie di telefonate che hanno voluto esprimere alla famiglia la propria vicinanza.

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