La coppia di virologi mantovani spiega il Covid: ecco come funziona il nuovo vaccino

Elisa Vicenzi e Guido Poli del San Raffaele di Milano rispondono a 12 domande della Gazzetta. «I prodotti allo studio sono un treno su cui saliremo alla penultima fermata»

MANTOVA. Nella precedente intervista a giugno avevate invitato le persone a trascorrere l'estate per quanto possibile serenamente dopo mesi molto difficili, chiedendo il rispetto delle regole anti-Covid e mettendo tutti in guardia da una probabile seconda ondata in autunno. Avevate visto giusto.

«Non era una previsione particolarmente difficile sulla base della lezione delle pandemie del passato, dall’influenza Spagnola del 1918-1919 in poi. Anche se, come tutti, speravamo di sbagliarci…».

L'attuale situazione è più o meno grave della prima ondata?

«È diversa, per certi aspetti meno grave, per altri di più. Meno grave perché il sistema complessivo della sanità pubblica e privata è più preparato e organizzato, pur con tutte le carenze e prendendo atto che quanto avrebbe potuto e dovuto essere programmato per tempo, sfruttando la pausa estiva della pandemia frutto del sacrificio del lockdown primaverile, non lo è stato. Perché i medici e gli operatori sanitari sono più esperti e non ripeteranno errori della prima fase, sia ben chiaro, commessi nell’intento di utilizzare i mezzi a disposizione. Più grave per il fatto che siamo psicologicamente scarichi, senza l’adrenalina collettiva della prima fase in cui tutti si sentivano solidali e medici e infermieri erano considerati eroi. Più grave per il fatto di avere davanti un inverno lungo e non la primavera e l’estate, dove si vive prevalentemente all’aperto ed è quindi meno probabile diffondere il virus».

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Partiamo con un po’ di ottimismo: i dati sui nuovi contagi in queste ultime ore sembrano registrare un lieve calo di incremento, soprattutto in relazione all’indice di trasmissione Rt. Siamo sulla strada giusta o è presto per dirlo?

«La strada è sostanzialmente giusta, ma doveva essere imboccata prima per mitigare la crescita esponenziale con tutte le conseguenze di stress sul sistema sanitario oltre che di vite umane che potevano essere risparmiate. Come già nella prima fase, la suddivisione, e qualche volta la contrapposizione, della gestione pandemica tra governo centrale e regioni non aiuta».

Siamo vicini al picco della pandemia?


«Non siamo epidemiologi, per cui ci limitiamo a riportare quanto sostengono gli esperti. Negli ultimi giorni la curva si è appiattita leggermente. Speriamo che il dato si consolidi e permetta di affermare presto di aver superato il picco della diffusione ».



Perché la Lombardia è risultata tra le regioni più colpite dalla pandemia?

«Nella prima fase dell’epidemia i focolai di Codogno, Lodi e della Val Seriana, soprattutto i secondi per i quali non è mai stata costituita una cintura sanitaria, hanno fatto da punti nodali di diffusione regionale. Nella seconda ondata Milano e la sua area metropolitana sono stati investiti prevalentemente dall’onda di contagi di rientro dalle vacanze e poi dalla non programmata ripresa degli spostamenti su mezzi pubblici legati anche all’inizio delle attività scolastiche».



Le ultime misure disposte su base regionale saranno efficaci o serve un lockdown generalizzato in tutta Italia?

«Se il sistema dei codici a tre colori sarà stata una scelta vincente è presto per dirlo. Se il principio di fondo è sicuramente giusto, la sua applicazione, con le varianti restrittive che ogni regione può introdurre, rende più complicata la gestione complessiva, la raccolta e l’analisi dei dati e quindi la sintesi necessaria per capire se continuare su questa rotta o modificarla ulteriormente. Detto ciò, molto, se non tutto, dipende da come i cittadini aderiranno alle indicazioni. E’ chiaro che è più semplice dire “tutto chiuso, non ci si può spostare” che applicare livelli diversi di restrizioni in base al numero di infezioni. Nel secondo caso pesa appunto maggiormente il livello di responsabilità individuale».

Gli occhi sono tutti puntati sull'arrivo di un vaccino. Alcune case farmaceutiche hanno già assicurato un grado di efficacia piuttosto elevato.

«Innanzitutto va premesso che stiamo assistendo a qualcosa di straordinario e mai visto prima: lo sviluppo di vaccini che potranno iniziare ad essere testati nella popolazione in meno di un anno dall’emergenza di una nuova malattia virale pandemica. I dati della multinazionale Pfizer in collaborazione con la tedesca BioNtec (95% di protezione) sono stati un’iniezione di ottimismo che ha stimolato anche la concorrenza. Va sottolineato che per il momento si parla solo di protezione dallo sviluppo di Covid-19, cioè della malattia conseguente all’infezione da Sars-CoV-2, ma non sappiamo nulla del potenziale effetto del vaccino sulla prevenzione dell’infezione. In altre parole, il vaccino, questo o altri allo studio, potrebbe limitarsi a prevenire lo sviluppo clinico di malattia, e sarebbe già un passo avanti importantissimo, convertendo la maggior parte delle persone infettate in asintomatici o comunque in portatori di patologia lieve senza necessità di ricovero ospedaliero. C’è poi tutta la problematica della logistica che, nel caso del vaccino Pfizer/BioNtec e di quello in sviluppo dalla statunitense Moderna (che ha annunciato in questi giorni un’efficacia superiore del 94,5%), è resa complessa per il fatto che sono vaccini altamente innovativi basati sull’inoculazione di RNA messaggero per cui le cellule sono indotte a produrre la proteina desiderata senza dover attivare il processo di trascrizione del DNA in RNA».

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Ci potete spiegare in maniera più semplice?

«Allora, è come un treno che per arrivare dal punto A (DNA) al punto B (la proteina vaccinale) deve fare diverse fermate, ognuna delle quali soggetta a regolazione cellulare specifica. Nel caso dei vaccini a RNA messaggero è come salire sul treno alla penultima fermata. La complessità è legata al fatto che l’RNA messaggero è molto labile e delicato per cui va mantenuto a -70/-80° fino a poco prima dell’inoculazione, anche se Moderna dichiara che il proprio vaccino potrà essere tenuto a -20° per diversi giorni. C’è poi tutta la problematica della logistica, delle priorità di distribuzione e altro, che rende il processo complesso da diversi punti di vista. In ogni caso, è evidente e logico che le prime categorie ad essere vaccinate debbano essere gli operatori sanitari a contatto con i pazienti Covid-19 e poi le persone più fragili con malattie importanti come il diabete che aggravano lo sviluppo clinico di malattia conseguente all’infezione da Sars-CoV-2».

Oggi pare che il 60% dei contagiati sia asintomatico. Qualcuno sostiene che gli asintomatici non trasmettano la malattia. Vero o falso?

«Falso. È dimostrato che gli asintomatici possono avere una carica virale molto alta e quindi trasmettere l’infezione. E’ infatti tra gli asintomatici che si collocano i cosiddetti “superdiffusori”, ovviamente inconsapevoli, cioè individui che infettano 6 o più persone direttamente. E’ stato stimato globalmente che il 70-80% delle infezioni è causato dal 10-20% degli individui, tra cui molti asintomatici, superdiffusori inclusi».

È vero che i bambini hanno una bassa probabilità di essere contagiati? Ed è vero che trasmettono meno il virus rispetto a un adulto?

«E’ parzialmente vero e non si conoscono tutti i motivi, se non il fatto che i bambini sembrano avere una minore espressione del recettore d’ingresso del virus (la proteina Ace-2) sulle cellule epiteliali di naso e faringe, ma è difficile pensare che questo possa spiegare la sostanziale resistenza allo sviluppo della malattia Covid-19. Altri studi suggeriscono che i bambini siano più resistenti all’evoluzione clinica dell’infezione in quanto ricevono molte vaccinazioni per altre infezioni virali e questo costituirebbe una specie di “allenamento” di quella componente più antica del sistema immunitario definita “immunità innata”. E’ bene sottolineare che queste sono tutte ipotesi in attesa di conferma sperimentale. I bambini mediamente trasmettono meno, ma in qualche caso è stato dimostrato che possono essere fonte di contagio».



Un vero e unico farmaco contro il Covid-19 non è ancora stato trovato e i pazienti si curano con una combinazione di prodotti. E' corretto? Arriverà mai un farmaco anti-Covid?

«In realtà un primo farmaco specifico per il virus, chiamato bamlanivimab prodotto dalla casa farmaceutica Eli Lilly, è stato da poco autorizzato “per uso emergenziale” e si tratta di un anticorpo monoclonale, cioè una preparazione contenente milioni di copie della stessa molecola di anticorpo e non una miscela di anticorpi diversi, definita perciò “policlonale”. Si tratta di un farmaco che dev’essere somministrato per via endovenosa da personale medico possibilmente in luoghi in cui non ci siano persone fragili più a rischio di Covid-19 e che, per il momento non è disponibile in Italia. Dev’essere somministrato entro i primi 10 giorni dalla comparsa dei sintomi di infezione lieve-moderata in quanto è in grado di prevenire la sua evoluzione a malattia grave con necessità di ricovero ospedaliero nel 70-80% dei casi, mentre non è efficace in quei pazienti già gravi e ospedalizzati. Gli altri farmaci approvati sono il remdesivir, una molecola antivirale che va somministrata per via endovenosa sviluppata contro l’infezione da virus Ebola e che ha dimostrato una parziale efficacia contro Sars-CoV-2 riducendo i giorni di ricovero ospedaliero, e il desametasone, un ben noto corticosteroide anti-infiammatorio utile nella fase avanzata di malattia per prevenire la “tempesta di citochine”, molecole solubili che alimentano il grave stato infiammatorio delle forme più gravi. Ovviamente la ricerca va avanti e speriamo di sviluppare molecole sempre più potenti e specifiche eventualmente da utilizzare in combinazione, come ci ha insegnato la storia dell’infezione da Hiv e da Hcv».



Gli anticorpi monoclonali prodotti in laboratorio e il plasma iperimmune possono essere la soluzione in attesa del vaccino e di un farmaco? E a che punto sono?

«Per quanto riguarda gli anticorpi monoclonali, oltre a quello della Eli Lilly di cui abbiamo appena detto, vi sono quelli della Regeneron, utilizzati nel cocktail somministrato al presidente Usa Donald Trump, e molti altri in varie fasi di sviluppo, tra cui quelli italiani del gruppo di Rino Rappuoli in Toscana. Sulla terapia basata su plasma iperimmune continuano ad accumularsi evidenze a favore ed altre no, sebbene il National Institutes of Health sottolinei che non sia da considerarsi una terapia convalidata per l’infezione da Sars-CoV-2. Sicuramente ha pieno diritto ad essere considerata e utilizzata per uso emergenziale, come fatto al l’ospedale di Mantova insieme ad altri nella fase acuta dell’epidemia. Tendenzialmente sarà rimpiazzata dagli anticorpi monoclonali o, eventualmente, dagli anticorpi purificati dai convalescenti per esser somministrati a concentrazioni note».

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Quanto durerà questa emergenza?

«Nessuno lo può dire perché ci sono troppe variabili in gioco. Diciamo che è bene abituarsi all’idea che il 2021 sarà un anno decisivo e che, se tutto andrà per il meglio, con l’inizio della distribuzione di uno o più vaccini almeno parzialmente protettivi, e speriamo anche di farmaci specifici, potrebbe essere l’anno in cui la pandemia abbasserà la testa e si avvierà a diventare, negli anni a venire, una malattia endemica, una specie di influenza, da cui sarà possibile difendersi con vari strumenti. Prepariamoci quindi psicologicamente ad almeno un altro anno di mascherine e distanziamenti sociali oltre che di attenta igiene delle mani».

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