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Medico mantovano in corsia dopo la pensione: «Ho capito di essere utile»

Geriatra ex San Clemente ritorna al lavoro al Mazzali poco prima della pandemia. Quando il virus irrompe lei decide di restare: non potevo abbandonare gli anziani  

MANTOVA. Poteva smettere il camice, osservare da fuori e godersi la pensione. Invece il senso del dovere è prevalso e s’è ritrovata in reparto in piena pandemia. Praticamente disarmata, come tanti colleghi, a combattere un virus sconosciuto e mortale. Elena Tambara, 60 anni, medico geriatra, racconta alla Gazzetta la sua esperienza. «Lavoravo alla clinica San Clemente in Riabilitazione. Con l’opzione donna ero andata in pensione ma avevo ancora voglia di occuparmi di pazienti anziani. Così a febbraio sono rientrata al Mazzali per seguire due reparti di infermeria della Rsa. Non ho fatto neppure in tempo a conoscere tutti i ricoverati quando è scoppiata l’epidemia».

Una coincidenza divenuta subito drammatica per le conseguenze del virus sulle persone fragili con pluripatologie. «Mi scoraggiavo – continua la dottoressa Tambara – e dicevo a me stessa “ma guarda cosa sta capitandomi”. Poi però capivo che dovevo restare perché vedevo di essere più che mai utile e questo mi dava la forza per continuare». Paura, frustrazione, impotenza le sensazioni provate in quei mesi di marzo e aprile nella casa di riposo quando decine di ospiti non riuscivano a superare il contagio.


«Il virus in struttura deve essere entrato con qualche parente in visita – ricostruisce gli avvenimenti la geriatra del Mazzali – riconosciuto probabilmente in ritardo, abbiamo cercato di isolare i contagiati per salvaguardare gli altri e il personale. Non avevamo linee guida, niente dispositivi di protezione, ci siamo dati da fare da soli con i colleghi, con i farmaci a disposizione e utilizzando l’ossigeno. Abbiamo fatto ricorso alle conoscenze personali per recuperare un po’ di mascherine e respiratori, mentre direttore e presidente della Fondazione si facevano in quattro per acquistarle. È stata dura sopportare l’idea che si faceva strada di non essere capaci di fare il nostro mestiere, di salvare vite. Non potrò più dimenticare gli occhi di persone che stavano soffocando e con lo sguardo ci chiedevano aiuto». Una realtà forse in grado di cambiare le convinzioni di un negazionista. «Per il timore di essere un veicolo di contagio in famiglia e in struttura – prosegue la dottoressa Tambara – avevo affittato un mini appartamento per autoisolarmi. Passavo davanti a casa e salutavo mio figlio abbassando il finestrino dell’auto, mia madre la vedevo attraverso la finestra».

Quelle terribili situazioni al momento sembrano alle spalle. Al Mazzali non ci sono positivi al Covid tra pazienti e personale, le scorte di dispositivi di protezione sono ampie, l’ambiente vive una parentesi di maggiore serenità, ma permane l’incertezza su cosa riserverà il futuro. I protocolli sono seguiti più che alla lettera, tra questi l’assoluta proibizione delle visite sostituite dalle videochiamate. «Qualche parente ci dice che è una cosa inumana privare negli ultimi anni di vita queste persone degli affetti – conclude la geriatra – anche noi siamo tristi perché vediamo che soffrono per l’isolamento, ma al di là delle delibere regionali è l’unico modo per prevenire i contagi». Qualche ultranovantenne è sopravvissuto grazie a questa procedura e adesso ringrazia. 
 

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